venerdì 23 gennaio 2015

Diversità





Comincio col dire che io vorrei essere un pacifista. Mi piacerebbe, davvero, ma questo vorrebbe dire mostrare il fianco a quello che mi circonda.
Sono un essere umano e per forza di cose sono fallibile e non ho la verità in tasca.
(Diffidate da quelli che sembrano averla tra e mani, la verità, sono i più pericolosi.)
Hermann Hesse disse:  «Se guerra ci sarà per molto tempo ancora, forse per sempre, il superamento della guerra rimarrà il nostro fine più nobile e l'ultima conseguenza della civiltà cristiano-occidentale. »
Io la preferisco così: « Se guerra ci sarà per molto tempo ancora, forse per sempre, il superamento della guerra rimarrà il nostro fine più nobile e l'ultima conseguenza della civiltà. »
Il fine più nobile. Il fine ultimo. L’illuminazione avvenuta nelle menti di noi tutti per il prossimo passo evolutivo.
…mmm…troppa roba. Ricomincio.

Mi piacerebbe non dover dire «Io sono un pacifista! », perché vorrebbe dire che la guerra non c’è.
Invece, in questo letamaio che è diventata la nostra cara, vecchia Terra, dove ti giri c’è una guerra, un conflitto, un battibecco, una rissa. Non c’è verso di riuscire a stare fermi senza tirar legnate a destra e a manca.
Se diamo un’occhiata alla Storia, cosa che facciamo sempre per i motivi sbagliati, ci accorgiamo che i periodi storici realmente di pace praticamente non ci sono stati. Beh, sì, forse nel Neolitico, ma non ne sarei tanto sicuro.
L’Uomo è spinto da un istinto aggressivo ai limiti dell’irrazionale, lo so, ma come facciamo ad invertire questa tendenza? E, soprattutto, è possibile?
La risposta cinica è: no.
La risposta realista è la medesima.
La risposta politicamente corretta è: attraverso la cultura e l’educazione dei nostri figli possiamo ambire ad abolire la guerra dalle generazioni future.
Mi rendo conto che l’ultima è una stronzata colossale e presumo ne conveniate tutti.
Perché? Ve lo spiego subito.
A partire dall’infanzia noi insegniamo alla prole il concetto di diversità, non quello di uguaglianza. Ahimè, è proprio questa una delle ragioni che spingono la nostra specie a dar battaglia continuamente e senza sosta. Perché tutto ciò che è diverso da noi, sia che si parli di cultura, di religione, di colore della pelle, di provenienza, di estrazione sociale è sinonimo di potenziale pericolo.
Vi sembra di no?
Eppure è piuttosto facile verificare questa affermazione. Basta che vi guardiate attorno.
Nonostante sia cosa nota quello che penso dei mass media (per un chiarimento vi rimando a questo articolo del blog  http://lavocenellombra.blogspot.de/2015/01/le-marionette.html e a quest’altro articolo dell’amico Sergio Tracchi http://newhackthematrix.blogspot.it/2015/01/la-disinformazione-dei-media.html ), essi sono estremamente esplicativi per il caso in questione; basta sfogliare un quotidiano a caso o ascoltare un telegiornale qualsiasi per rendersene conto, o magari guardare una delle tante trasmissioni di intrattenimento che la televisione ci propina di continuo. Troviamo casi di disparità ovunque, spesso velati da falso moralismo da quattro soldi.
La politica è principesca, in questo. Destra contro sinistra. Ha senso che due fazioni politiche esistano se entrambe dicono di volere il bene del proprio paese? Ovviamente no.
E lo sport? Lo sport dovrebbe essere la punta di diamante dell’uguaglianza, come nella frase storica “L’importante non è vincere, ma partecipare”, erroneamente attribuita al fondatore delle Olimpiadi moderne, De Coubertin (che la pronunciò soltanto, citandone la fonte: il vescovo americano Ethelbert Talbot). Nella pratica sportiva, fatti salvi pochissimi esempi e non sempre costanti, la competizione si trasforma in qualcosa di feroce e l’attaccamento ai “colori” rappresentativi, siano essi nazionali o meno, diventa ossessivo, quand’anche aggressivo. Ha senso che lo sport divida invece di unire? Assolutamente no.
Per non parlare della religione, vera e propria macchina discriminatoria e belligerante ( non me ne vogliano i credenti e i fedeli di qualsivoglia culto, ma se ne facciano una ragione).
Dall’alba dei tempi, dal momento della creazione del primo totem, idolo, icona, Dio, c’è sempre stata una battaglia tra chi aveva un Dio e che ne aveva un altro. Tra la verità di uno e quella del suo antagonista. E anche adesso le cose non sono tanto cambiate, basta vedere il comportamento dei “buoni cristiani”, come amano definirsi. In via del tutto teorica, due dei basamenti del cristianesimo dovrebbero essere la tolleranza e la solidarietà, ma, in tutta onestà, quando vengono applicati?
Primo: tolleranza verso cosa? Ma per tutto, che discorsi! Dalla diversità come concetto, al diverso come individuo.
Secondo: solidarietà verso chi e quando? Ma verso chiunque e sempre, non ci sono restrizioni.
Eppure, la religione non mantiene le promesse che fa. E non solo quella cattolico/cristiana, ma anche quella ebraica, quella islamica e tutte le correnti che ne sono derivate e che, tutte, predicano le medesime cose di cui sopra (sì, anche quella islamica, basta leggere il Corano).
Dalle religioni toglierei il buddhismo, dal momento che le divinità (Deva) non rappresentano la centralità come avviene per gli altri tre grandi culti monoteisti e la centralità, il Dio Supremo, è importante per capire come si sviluppa il pensiero “sbagliato”. Esso si manifesta come il Creatore e la sua parola è legge. Esso ti obbliga, non ti indica, come, cosa, quando, dove e anche perché. Per essere un’Entità Superiore è palesemente egocentrica e l’egocentrismo, piaccia o no, è parecchio umano.
Ma ipotizzando l’esistenza di Dio, di qualsiasi culto, ha senso che Dio ti dica di essere tollerante e solidale se poi, nella pratica, tu ti comporti in modo palesemente opposto? No, c’è poco da ribattere.

Dando un’occhiata ad altro, avete mai notato come il nostro intero sistema sia pervaso dal potenziamento della diversità come fattore di disgregazione?
Guardate i confini nazionali sulla carta geografica. Due persone che abitano a cento metri l’una dall’altra, ma divise dal confine, si stanno antipatiche per la bandiera che le rappresenta. E più si scende in piccolo, dai confini nazionali a quelli regionali, provinciali, ci sono dispute sempre accese, cenni di scherno, antipatie.
E i confini, badate bene, non esistono. Non esiste Italia, Francia, Russia, Stati Uniti, Paraguay, Cambogia. Non esistono. Sono concetti fumosi, retrogradi, antichi, senza senso. Sono linee tracciate sul mappamondo e non ne troverete traccia sulla terra che calpestate.
Ma il Sistema vi racconta che noi (italiani) siamo diversi dai francesi. E anche dai russi. Per non parlare dei cambogiani. E in cosa siamo diversi? Quante volte ve lo siete chiesto?
Rispondetevi.

E poi, ah, beh, certo, poi c’è il massimo della diversità che ancora oggi tiene banco. Il massimo che il Sistema tende a spingere nella mente della gente: il colore della pelle. Inutile che facciate tanto i moralisti, il razzismo è insito nella natura umana. Purtroppo, è sbagliato il concetto. Già, perché quella a cui appartenete voi e tutti gli altri abitanti (umani) di questo pianeta è la stessa, medesima razza. Quindi, razzismo è un concetto scemo, poiché non esistono tante razze umane, ma una sola.
Il bianco, il nero, il meticcio, il giallo (chissà poi perché…non sono gialli!) sono tutti uguali, tutti.
Eppure ci stiamo sulle palle a vicenda che è una meraviglia.
Pensate che un bianco sia diverso da un nero o da un meticcio o da uno più pallido o da uno più scuro? E in cosa sarebbero diversi?
Ecco, bravi, rispondetevi.

Arrivati fin qui è il caso di riprendere in mano il concetto da cui siamo partiti. La guerra.
Finché esisteranno divisioni all’interno della comunità umana ci saranno sempre guerre. Sempre. È bene farsene una ragione, perché è un circolo da cui, per ora, non si esce.
Io posso rinunciare alla mia salvaguardia personale e non combattere, se attaccato, per un bene più grande, come lo può essere la dimostrazione di un concetto fondamentale come l’uguaglianza, ma sono umano, sono fallibile e ho anche dalla mia il principio di autoconservazione. E quindi tendo a difendermi.
Sono intelligente e posso rinunciare alla vendetta, ma comunque reagirei e questo, forse, non è tanto in linea con la frase “Io sono un pacifista”.
Preferisco, però, questa frase: “Io non sono per la pace, sono contro la guerra.”
E’ bella e fa effetto, ma sono sicuro, oggi, di poterla applicare sempre?
No.
No, perché ci sarà sempre un umano che non la penserà così e vorrà qualcosa di mio, vorrà impormi un credo, vorrà togliermi un principio, vorrà abusare della mia vita e farà queste con la forza. Sempre con la forza della violenza, che è, a tutt’oggi, l’unica forma di comunicazione globale che conosciamo.

E invece siamo tutti uguali.
Camminiamo, mangiamo, beviamo, dormiamo, facciamo l’amore, pensiamo, parliamo tutti allo stesso modo e le differenze che ci dividono dovrebbero arricchirci e indicarci il prossimo passo evolutivo, partendo dall’educazione della nostra prole.
Ma questa è utopia. È aria fritta.

E continueremo a scannarci l’uno con l’altro come poveri idioti senza cervello.
Prospettiva per niente carina, presumo.



Alla prossima.