mercoledì 24 febbraio 2016

COMPRENDERE E VIVERE

Sono tanti quelli che dicono che dobbiamo cercare di essere più ottimisti, più rilassati, più propositivi. Esprimono un desidero di allontanamento dal disagio che ci viene offerto giornalmente, ma io mi chiedo: ha senso? E se ne ha, che conseguenze positive dovrebbe avere?  Non riesco a vedere in questa pratica una strada per un mondo migliore, anzi, mi dà l’impressione che sia solo un volersi allontanare  per non vedere.  Siamo assuefatti dalla realtà che ci circonda a tal punto che sembra non farci effetto più niente. Invece di affrontarla, la subiamo passivamente e tendiamo a dimenticarne l’influenza costante –secondo per secondo- che ha sulle nostre vite. Quando parlo di realtà non indico il mondo intero, per quello serve una visione più ampia, ma di quella che ci tocca da vicino. La stessa che, tra un caffè al bar e la lettura di un quotidiano, ci fa arrabbiare, indignare, insorgere (dentro), ma che accantoniamo subito dopo davanti all’altare sacro del “cosa posso fare io?”.  

Le belle parole in stile new age mal si adattano a una situazione che sta stritolando l’individuo dentro un meccanismo schiavista. Mal si adattano perché non sono pratiche, non sono utili –nella loro forma teorica- a portare un reale cambiamento dentro a una società che predilige e consolida uno status quo ad ogni istante, con ogni movimento, sempre. La massa di persone e la loro individuale percezione del giusto sono ormai diventati così prevedibili che chi gestisce il Sistema non ha difficoltà a tenerli bloccati. Come ho detto tante volte, prendendomi anche una caterva di insulti, siamo ancora troppo benestanti. Stiamo bene. Ma stiamo bene nello stesso modo in cui sta bene la rana nel famoso esempio della pentola: se butti la rana in una pentola di acqua bollente, lei cercherà di saltare via (pur non riuscendoci) e morirà in pochi secondi; ma se metti la rana in una pentola di acqua fredda, da buon anfibio lei si metterà a nuotare tranquilla, senza accorgersi che il fuoco acceso sotto la pentola la lesserà lentamente. E morirà comunque.

Ciò che continua a non esserci chiaro, e che non vogliamo comprendere nella sua spaventosa essenza, è che siamo all’interno di una trappola. Tutti quanti. Il sistema economico che abbiamo accettato passivamente si sta solidificando attorno a noi (l’acqua che si scalda), ma non ne cogliamo il pericolo mortale (finire lessati).                   A differenza di altri momenti storici, ma senza andare troppo indietro nel tempo, ci siamo adagiati su un Sistema chiaramente oppressivo che però ha usato il lenitivo dell’intrattenimento per sedare le nostre reazioni. E mentre continuano a toglierci certezze, diritti, possibilità, noi scriviamo le nostre profonde indignazioni sul web (lo sto facendo anch’io, in questo momento), ma non ci muoviamo dalla nostra posizione. Non lo facciamo perché siamo terrorizzati dall’idea di perdere quel poco (o molto) che abbiamo faticosamente conquistato. Quello che è “nostro”.

Ed è il concetto di possesso, assieme all’intrattenimento, sui quali si basa la morsa psicologica che ci impedisce di reagire. Cos’abbiamo realmente di “nostro”? La casa? L’automobile? Il televisore da 40 pollici? L’orologio pregiato? Gioielli? Un conto in banca? Queste cose sono oggetti. A parte poche centinaia di persone realmente ricche (di contanti) questi oggetti li abbiamo comprati con denaro che, se non è stato guadagnato, abbiamo chiesto in prestito a una banca. Eppure, la casa ha una tassa che va pagata. La macchina ha una tassa che va pagata. Persino il televisore ha una tassa. E se le tasse non vengono pagate, se il mutuo o il prestito non viene onorato (possono succedere tante cose, come la perdita del lavoro) questi oggetti vengono portati via dallo Stato per pagare i debiti. Gli altri oggetti non soggetti a tassazione, ma preziosi, serviranno al medesimo scopo. Pagare. Quindi, realmente, cosa abbiamo di “nostro”? A parte qualche oggetto di poco valore economico, ma di valore affettivo, l’unica cosa che abbiamo e che possiamo a gran voce dichiarare “nostra” è la vita. La nostra vita. Ed è qui che entriamo in confusione. Sul concetto semplice di vita noi andiamo in corto circuito. Non capiamo.

Dal momento della nostra nascita veniamo cresciuti nella convinzione di dover imparare una serie di cose attraverso un ciclo di studi (percorso scolastico) che servirà a introdurci nel migliore dei modi nel mondo del lavoro. Non si tratta di scegliere se farlo o no, ma solo di come. Per un certo periodo avremo l’obbligo di frequenza e successivamente potremo continuare o interrompere. Il fine ultimo, comunque, non è imparare e basta, ma “imparare per lavorare”. Imparare e basta potrà essere una nostra scelta nella misura in cui saremo stati affiancati da genitori e/o insegnanti portati a farci apprezzare il semplice concetto di “sapere”. Di solito questo avviene dopo il ciclo di studi, difficilmente si presenta durante. Bene, quindi noi cresciamo, a tutti gli effetti, per diventare lavoratori. I  lavoratori sono “soggetti produttivi” e non hanno nessun’altra funzione. Il lavoro retribuito serve a mettere a nostra disposizione una certa quantità di denaro con il quale possiamo avviare la catena dei consumi che il Sistema richiede per sostenere sé stesso. Lo so, messa giù così è abbastanza brutale, ma non c’è scappatoia. È così e basta. In qualità di soggetti produttivi noi permettiamo che la macchina economica non si fermi e grazie alla retribuzione immettiamo denaro all’interno della stessa macchina, in un circolo vizioso. Certo, voi direte che è ovvio e che il sistema capitalistico funziona così. Non proprio: tutti i sistemi funzionano così. Tutti i sistemi basati sul denaro come unità di misura di ogni tipo di servizio.

In un altro scritto mi occuperò anche degli aspetti “più devianti” di questo meccanismo, per ora vorrei soffermarmi sulle parole con cui sono partito all’inizio dell’articolo. Ottimismo, rilassamento, propositività. Perché dovremmo abbracciare queste parole per vivere meglio? È vero che atteggiamenti di questo tipo ci aiuterebbero nell’affrontare la vita di tutti i giorni?       In parte, sì. Solo in parte. È chiaro che se riusciamo a vedere “il bicchiere mezzo pieno” in ogni situazione possiamo andare incontro a un “vivere migliore”, ma è anche vero che questo sarebbe soltanto un palliativo. Non cambia ciò che viviamo, non muta il Sistema in cui siamo inseriti, non risolve i problemi. Ritengo, invece, che una presa di coscienza profonda di ciò che è il meccanismo sia essenziale per poter iniziare una forma di reazione. Capire, comprendere e espellere le scorie di questo Sistema si può fare. La coercizione presente nelle nostre vite (lavoro-denaro-acquisto) è talmente radicata che anche quando ci abbandoniamo a simili pratiche di distaccamento (ottimismo, relax e propositività) rimaniamo comunque incastrati tra gli ingranaggi, con la sola differenza che “pensiamo” di poterne uscire. Di poterci distogliere. Non è così.

Ho scritto: capire, comprendere e espellere le scorie di questo Sistema si può fare. Non è una bufaletta da quattro soldi. Solo attraverso la reale comprensione di come funziona il Sistema (e l’individuazione dei suoi artefici) possiamo iniziare a uscire da un complesso meccanismo mentale che ha radici profonde, lontane. Sin dalla nascita veniamo portati a un certo tipo di “pensiero-azione”, convinti di aver bisogno di cose che invece non servono. Quello di cui abbiamo bisogno, realmente, è vivere. Vivere liberi dalle catene mentali (e fisiche) con cui siamo cresciuti.

Come esseri viventi abbiamo il diritto di vivere.
Come esseri intelligenti abbiamo il dovere di smettere di sopravvivere.  

Tutti.

lunedì 22 febbraio 2016

RIVOLUZIONI

Come aggiustiamo un paese che non vuole essere aggiustato? Come possiamo rimediare a una situazione che è palesemente degenerata fino a portarci sull’orlo di un baratro?
Forse non è possibile. O almeno non lo è finché continuiamo a voler tenere la testa sotto la sabbia.  
Ho scritto: un paese che non vuole essere aggiustato. Ed è vero. 
 Ciò, però, non deve indurre al pensiero che sia la classe politica (chi legifera) il problema, perché essa è l’effetto prodotto dal nostro continuo silenzio-assenso. 
Noi abbiamo accettato: un certo numero di promesse, un certo numero di idee, abbiamo chiuso gli occhi di fronte a lapalissiane storture e “perdonato” una serie infinita di deviazioni dal concetto principale, quello di far crescere il nostro paese. 
In una parola: compromessi. 
È fondamentale comprendere che la prima responsabilità di quello che accade è nostra, perché senza questa consapevolezza continueremo ad aspettare l’arrivo di un salvatore che ci traini fuori dal fango in cui stiamo agonizzando. E ciò non avverrà mai. Allora, come ribaltiamo la situazione? 

 Beppe Grillo, quando ancora faceva il comico satirico, disse una cosa che non abbiamo compreso: la politica è al servizio dello Stato e dei cittadini, non il contrario. Tenuto in debito conto questo concetto risulta semplice dedurre che non si può prendere per buone le parole della classe politica (tutta) quando afferma che “bisogna fare sforzi per risollevare il paese”, perché questi sforzi sono chiesti ai cittadini dello stato escludendo quelli che dovrebbero rispondere per primi a questa chiamata (la classe politica, appunto). 

 L’esempio di un’azienda risulta chiarificatore: 
un azienda è un organo che a seguito di prestazioni (qualsiasi esse siano) riceve dei compensi. Su questi compensi gravano una serie di imposte e detrazioni fisse (stipendi dei lavoratori dell’azienda e altro) e una volta esaurite tutte le spese ciò che rimane è l’utile dell’azienda. Il guadagno. Se però l’azienda, nella figura dei suoi dirigenti e dei lavoratori, opera male e perde compensi, ne consegue che si deve cercare la responsabilità e quindi si deve individuare colui (o coloro) responsabile del cattivo andamento dell’azienda stessa. Normalmente questo comporta un licenziamento per i dirigenti e i lavoratori indicati come cause della perdita. 
 Ora che abbiamo fatto questo piccolo e banale esempio, pensiamo all’Italia come a una azienda e arriviamo al sospirato nocciolo della questione: se l’Italia va male perché è amministrata da anni in modo inefficace e improduttivo, perché a farne le spese devono essere i cittadini che non legiferano? Perché dovremmo essere noi a pagare per un cattivo funzionamento dello Stato quando non abbiamo voce in capitolo sulle leggi che vengono promulgate? Appunto. E infatti qui si torna a bomba all’inizio: l’unica arma a nostra disposizione, finora, è stata la votazione. Le elezioni. Straordinario! 
Ma è vero che è l’unica arma? Ed è vero che l’abbiamo usata bene? 

 Fino a oggi per poter cambiare le cose (guida politica) abbiamo avuto le elezioni come sistema per far sentire la nostra voce. In realtà ciò che non ci è mai stato chiaro, nemmeno ora, è che l’èlite seduta in Parlamento è stata sempre quella e, soprattutto, che sembra esserci un virus che contagia i nuovi arrivati; prima di andare a sedersi sugli scranni sembrano battaglieri alfieri dei cittadini e dopo si trasformano in avvoltoi. Certo, si può obiettare che non si può applicare questa frase a tutti gli eletti, ma dal momento che la maggior parte si comporta in questo modo è lecito desumere che: 
a) parecchi prima erano dei falsi onesti;
b) alcuni sono rimasti onesti ma vengono relegati a comparse o tartassati personalmente per “non nuocere al Sistema”.

 Purtroppo, le prove a sostegno di un Parlamento viziato da meri interessi personali sono così tante che anche gli onesti parlamentari finiscono nel tritacarne del “sono tutti uguali” e non si può giudicare male il pensiero del cittadino se egli è portato a una simile considerazione. 
 Bene. È necessario, quindi, un cambiamento radicale. Possiamo esercitarlo con il voto? La risposta è no e il motivo è paradossale. 
 Nello sconfortante panorama politico le alternative di voto non sono molte. Quando siamo alle urne noi tendiamo a fare considerazioni di questo tipo (userò i colori per distinguere): 
a) i bianchi sono stati al potere tanto tempo e non hanno cambiato nulla; 
b) i rossi sono stati poco al potere, ma non hanno cambiato quasi niente; 
c) i verdi non ci sono mai stati (al potere) e se si dimostrassero inadeguati farebbero più danno, quindi voterò o i bianchi o i rossi; 
d) non voto nessuno; 
e) (estremo) non vado a votare. 
Questi sono i cinque “casi-tipo” dell’elettore medio. E come risulta chiaro, non se ne esce, perché l’unica cosa abbastanza ragionevole sarebbe di permettere ai verdi di poter dar prova della loro capacità di governare. Anche perché, qualora non fossero in grado, le opposizioni li farebbero a pezzi facendo cadere il governo e riportando il paese a nuove elezioni.
 In ognuno di questi scenari il potere dei cittadini è legato a un voto, a una scheda e alle urne. Troppo poco per un paese completamente in mano alla corruzione in ogni ufficio, in ogni angolo e interstizio del mondo politico/parlamentare.
 Quindi, abbiamo usato l’arma delle elezioni come potevamo e al meglio delle nostre (limitate) capacità di giudizio, supponendo che presto o tardi la legalità avrebbe vinto. Un’utopia. 

 L’altra arma che abbiamo in mano per tentare di portare coloro che governano a più miti consigli è colpire dove risulta più difficile fermarci. La produzione e il lavoro. 
Ciò che noi chiamiamo “tasse” è un ingarbugliato sistema che raccoglie, in modo forzoso, del denaro dalle tasche di ogni cittadino (e di ogni azienda) e lo devolve alle casse dello Stato. 
Quel che viene fatto con queste tasse è un agglomerato spaventoso di cose, tra le quali ci sono anche gli stipendi dei “nostri amici parlamentari”. È chiaro che bloccare la produzione significa, prima di tutto, danneggiare delle aziende, soprattutto quelle grandi. È un ostacolo che non è possibile aggirare e temere di essere “cattivi” agendo in questo modo è esattamente quello che vogliono farci credere. 
 È dalla produzione (in tutte le sue sfaccettature) che passa la gran parte delle risorse monetarie che finiscono nelle casse statali con le tasse e bloccando questo flusso si manda in stallo il Sistema, immaginandolo come un immenso groviglio di ingranaggi. 
 Per comprendere come può funzionare immaginate che per 72 ore le produzioni industriali, i servizi, le microimprese, si fermino. Immaginate che altrettanto facciano i fruitori (a pagamento) di tutta una serie di servizi (pubblici e privati). Cioè, qualche milione di lavoratori che rimangono a casa senza preavviso. 
Dai manager, ai tecnici specializzati, agli operai e ai commessi. E che gli avventori non si rechino ai soliti acquisti quotidiani per lo stesso tempo, 72 ore. Tutto fermo.

 Quando si dice che il tempo è denaro… Provate a pensare al danno che si verrebbe a creare, in termini economici, per un simile stallo di soli tre (3) giorni. Produzione ferma, economia ferma. Uno sciopero ad ampio raggio su tutto il territorio nazionale.
 La perdita sarebbe spaventosa e probabilmente risulta di difficile previsione. 

 E qui sorge una domanda: come reagirebbe un governo di fronte a una nazione ferma? Una nazione che si rifiuta di obbedire semplicemente ponendo a terra i suoi strumenti di lavoro e lasciando nel portafoglio anche i soldi della spesa? Come potrebbe un governo rispondere a una simile situazione? Difficile prevederlo. 
Probabilmente le prime reazioni politiche sarebbero quelle di sciacallaggio informativo. Cavalcare l’onda del dissenso popolare per accusare il governo attualmente in carica di non essere adeguato, di non aver previsto l’accaduto, di non aver risposto “alla pancia dei cittadini”; in buona sostanza, quello che accade ogni volta che una parte dell’elettorato manifesta qualcosa. 
 Questo tipo di sciacallaggio, tra l’altro e incredibilmente, si alza anche dagli alleati del governo in carica. E anche questo è un particolare che ci è sfuggito a più riprese: non importa quando e non importa come, ma è importante sempre tentare di salvarsi il culo accusando altri.
 In un Sistema Politico come quello italiano, dove la meritocrazia è andata a ramengo molto prima del crollo della fantomatica Prima Repubblica, mettere in scacco il portafoglio “delle poltrone” è di sicuro il miglior modo per creare un terremoto. Grazie a internet, più che mai utile per questo tipo di azioni, si verrebbe a creare un effetto domino informativo che scatenerebbe il panico assoluto anche sui mercati finanziari, che vedrebbero le Borse saltare per aria mandando Milano (il centro della Borsa italiana) col culo per terra. 

Domanda: e dopo? Ecco, più di “come facciamo per realizzare una sventola del genere” dovremmo chiederci cosa fare dopo, quando la sventola è arrivata. 
 Ci sarebbe bisogno di un Leader? O di un Portavoce? 
Sicuramente non sarebbe male averne uno capace di colloquiare, ma potrebbe non essere indispensabile. Non subito. In Italia gente onesta ce n’è, anche nel panorama politico, e qualcuno in grado di prendere le redini di un palazzo allo sfascio lo abbiamo e si farebbe avanti. 
Sarebbe quello giusto? Non possiamo saperlo, ma sicuramente in una situazione del genere non potrebbe fare più danni di quelli già presenti.
 Il punto sul Leader è molto spinoso. Come ho detto, abbiamo dei politici onesti nel marasma di gentaglia che siede in Parlamento, ma ce ne sono anche fuori. A mio avviso sarebbe auspicabile una voce fuori dal coro, esterna alle dinamiche parlamentari e inizialmente di difficile “avvicinamento” da parte delle lobby politiche ultra-corrotte. Bene. 

Ora vi ho chiarito sommariamente il “cosa” e anche una parte del “dopo”. 
Quello che rimane da capire, posto che tutto questo discorso possa avere un senso per qualcuno oltre che per me, è “come” arrivare a realizzarlo. 
Se ne scrivo e ne parlo è perché, a mio modesto avviso, ci sono i presupposti sociali per avviare una simile “macchina da guerra”. 
Ma i presupposti legati al disagio sociale che si vive in Italia non sono sufficienti, perché il grande punto interrogativo è strettamente legato alla volontà del popolo (tutto il popolo) di essere, per la prima volta dal secondo dopoguerra, veramente protagonista di una rivoluzione. 
E qui entriamo nel campo delicato delle visioni che ognuno ha del futuro e di ciò che pensa che il futuro debba riservargli. 

 Oggi, con la situazione attuale e i rapporti politici interni ed esterni (quelli con la UE e gli alleati di altri continenti), l’Italia non offre ai suoi cittadini nessuna garanzia di crescita economica, sociale, professionale. Non è il parere di uno scontento disilluso, ma un dato di fatto che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno. Non esiste un solo campo in cui l’Italia possa dire di essere migliore di altri paesi, eppure avremmo le risorse, le menti, la preparazione per pretenderlo. 
Ciò che blocca e incatrama l’Italia in una posizione assurda di sottomissione e sottosviluppo è la gestione dello Stato, e la gestione è in mano agli organi politici che hanno, di fatto, dimostrato di essere inadeguati, non attendibili e indifendibili sotto ogni punto di vista e in ogni campo (almeno considerando gli ultimi trent’anni). Non esiste nessun partito, prima e adesso, che non sia passato per accuse di corruzione, concussione, rapporti mafiosi e che non sia stato indagato, almeno una volta, nella figura di uno o più dei suoi rappresentanti. 

 Se volessimo dire che il Movimento5Stelle è fuori da questa lista nera, altrettanto non possiamo fare per la serietà che una parte dei loro rappresentanti ha chiaramente dimostrato di non avere, dal momento che anche il M5S ha avuto la sua parte di parlamentari passati ad altre forze politiche con quello che chiamiamo “walzer delle poltrone”. Una pratica assai poco edificante per chi si spacciava come “alternativa alla vecchia politica”.

 Il “come”, allora, diventa quasi di seconda importanza. Eppure, è vitale riuscire a capirlo. Tutto sommato è abbastanza semplice verificare se esiste anche un solo presupposto valido per ognuno di noi. Basta chiederci se siamo disposti a non avere nessun tipo di futuro. Perché di questo si tratta. La partita sul futuro che ci aspetta passa dalla nostra volontà di averne uno, di futuro. 
Non si deve pensare alla difficoltà che comporterebbe un “interregno” di scosse sociali dovute al blocco delle produzioni, ma a ciò che potremmo costruire durante quel periodo per avere un domani da giocarci con le nostre mani. 

 Ed eccoci di nuovo tornati all’inizio. 
 Ha senso sperare che giunga una fantomatica salvezza dall’attuale panorama politico? No.
 Ha senso pensare che qualcosa possa cambiare quando è acclarato che non esiste prova tangibile che i governi presenti e passati abbiano fatto (o facciano) veri passi avanti per il bene reale del paese? No. 
Ha senso tenere in considerazione le parole dei leader politici quando ogni giorno abbiamo conferma della loro inaffidabilità? No. 
Ha senso pensare che i governanti tengano al bene del paese quando chiedono ai cittadini sacrifici che loro stessi non sono disposti a fare (e di fatto non fanno)? No.
 Ha senso confidare su ideali fasulli spacciati come veri quando alla base della loro permanenza in Parlamento i politici hanno solamente il denaro e le agevolazioni che questo status comporta? No.

 Se ne deduce che, dal momento che la politica serve a legiferare per il bene del paese, questa classe politica, nella sua interezza, ha completamente fallito e deve essere esautorata. Non ci sono alternative. Esattamente come nel caso dell’azienda che va male, così l’Italia deve licenziare coloro che l’hanno male amministrata e che non hanno, mai e in nessun modo, veramente tentato di risollevarla. Prove alla mano, senza paura e senza rimpianti. Hanno fallito e vanno rimpiazzati. 

Da chi? In giro brave persone che hanno studiato e che sarebbero in grado di provare a gestire il paese ce ne sono. E, sì, dovrebbero essere cambiate un po’ di regole, per essere sicuri di non ricadere nei medesimi errori. 
Lo so, state pensando che è utopia anche questa e forse non avete tutti i torti, ma personalmente credo che l’idea del blocco delle produzioni (e dei consumi) per 72 ore sarebbe una prova accettabile e forse non così difficile da attuare, grazie al tam tam di internet.
 Tanto per tastare il polso ai papaveri seduti nelle “stanze del potere”. 
 Ci hanno preso a calci nel culo finora, siamo sicuri che l’ultimo modello di Iphone e la movida del sabato sera non siano sacrificabili per tentare di avere un futuro? 
Potremmo dimostrare che questo paese vuole essere cambiato e può cambiare. Che non ci fa paura niente, nemmeno le mafie, nemmeno le minacce, nulla. 
Che vogliamo per noi, e per chi verrà dopo di noi, un futuro da costruire. 

 Le Rivoluzioni nascono così. 
 E le Rivoluzioni si possono vincere se siamo disposti a combattere. 
Sempre.


sabato 13 febbraio 2016

L'AMORE, L'UNICA COSA CHE CONTA



(Questo pezzo l'ho scritto il 13 Febbraio 2016. Temo sia il caso di ripubblicarlo, perché l'argomento "coppie gay e adozioni relative" sta di nuovo infiammando la rete. Non ho la pretesa di riuscire a portare ordine nella questione, ma sento il dovere di provare a dare una scossa a menti che sembrano non voler considerare il quadro d'insieme.)

Cosa rimane della nostra tanto sbandierata ricerca della felicità e della pace? Cosa rimane, nel momento in cui tendiamo a distruggere invece di costruire?
Al tanto vituperato Festival di Sanremo è andata in scena la parata dei diritti per le unioni civili e tutti coloro che non sono d’accordo (e sono tanti) parlano di pressione del Partito Democratico affinché si spinga sull’argomento. Anche in televisione. Anche in eurovisione. Una cosa abbastanza assurda, dal momento che le leggi si discutono ancora in Parlamento. Per ora.


È proprio la questione dei matrimoni tra persone del medesimo sesso a essere di per sé un assurdo. Nel senso che non è una questione. Si cerca di negare a due persone che si amano di convogliare a nozze. Scendono in piazza i cattolici, i conservatori, i cavalieri della “famiglia” e tutti a protestare che la “famiglia” è una e una sola.
Senza entrare nel merito di chi ha inventato il concetto di famiglia, la domanda da porre sarebbe: una legge di questo tipo cosa toglie alle coppie etero? Ecco, esatto, non toglie nulla. Qui non è in discussione il diritto di una coppia eterosessuale di formare una famiglia, ma permettere a coppie omosessuali (uomini o donne) di godere del diritto medesimo. A tutti gli effetti, che problema c’è? Sembra di tornare indietro a un tempo in cui i matrimoni misti (persone eterosessuali ma di etnia/colore della pelle/provenienza diversa) erano uno scandalo.
Alla fine, la sostanza è sempre la stessa: il problema delle presunte diversità.
Che cosa cambia a voi se Giovanna e Alessandra e Marco e Francesco si sposano? Avete due coppie di persone innamorate, che convogliano a nozze e vivranno la loro vita. Vivranno la loro vita, non la vostra. Voi continuerete a vivere come prima, senza ingerenze. È una questione di morale? Quale morale? Di chi? Dov’è il problema se due uomini fanno l’amore o se due donne fanno l’amore? Ci siete voi a letto con loro? Se due persone si amano, si cercano, si vogliono, si desiderano perché dovete vederla come una cosa che fa schifo? Fa schifo a chi? A voi? Beh, ma potete tranquillamente girarvi da un’altra parte e guardare altrove.
Si dice sia una cosa contro natura. L’omosessualità, intendo. E qui la vicenda assume toni grotteschi, perché ci sarebbe da chiedersi che cosa vuol dire “pro natura”.
Due individui consenzienti si guardano, si piacciono, ammiccano e poi si baciano.
Ops, sono due donne! Ops, sono due uomini! No! Brutto brutto! Sono malati, vanno curati, vanno…che cosa? Messi nell’incapacità di nuocere? E a chi? Di cosa stiamo realmente parlando?

Stiamo parlando di stereotipi, ecco di cosa. E vi faccio i classici esempi da bar:
 Giulio è un uomo e si vanta di essere andato con un sacco di donne e fa pure le corna alla moglie. Gli amici lo invidiano e lo guardano con rispetto (scopa un sacco!), mentre le donne lo guardano con una certa sufficienza anche se alcune, insomma, ci pensano (dicono che a letto sia proprio forte!). Giulio è definito uno stallone;
 Adriana è una donna che non ama le relazioni fisse. È adulta, piacente e va a letto con chi le pare, quando le pare. Uomini e donne la identificano con un solo aggettivo: puttana.

Questi sono gli esempi del giudizio malsano che la nostra società (sì, anche la vostra) pone addosso alle persone alla luce del sole, mentre all’ombra, nell’oscurità, dove non si parla e non si vede, ognuno ha fantasie proprie, segreti inconfessabili, desideri profondi; tutte cose che vengono represse per paura del giudizio di altri. Gli altri siete voi, che vi ergete a giudici e giurie della vita di persone come voi. Non meglio o peggio, esattamente come voi.
E allora, cosa succede se due persone dello stesso sesso si baciano e si mettono insieme? Sono due froci, sono due troie (chissà perché, poi…). Noi non lo accettiamo, facciamo i moralisti, facciamo le campagne per la salvaguardia delle famiglie tradizionali, ma sono anche i mariti di queste famiglie che vanno a cercare la prostituta per strada. Sono anche le donne di queste famiglie che vanno nei locali con le amiche (tutte sante madri di famiglia) che se vedono il bel fusto se lo farebbero seduta stante.
E allora, di cosa accidente stiamo parlando? Già, direte voi, stiamo parlando di istinti “naturali”. Cioè, in una parola: cazzate. Perché teoria vorrebbe che se sei sposato/a i tuoi istinti naturali li sfoghi con il tuo/la tua partner. Ma dal momento che siamo umani e siamo imperfetti (tutti), cadiamo nel tranello. Gli istinti naturali non hanno sesso, sono istinti e basta. Quindi, liberate la testa dall’immondizia che vi hanno venduto finora, perché amore e attrazione non hanno vincoli di genere. Fatevene una ragione e vivrete in un mondo già un pelino migliore.


L’altra questione che sta infiammando le strade, le case, i giornali e quant’altro è quella delle adozioni di bambini da parte di coppie gay. Praticamente, vista con gli occhi di voialtri, un abominio.
Avete una vaga idea di quanti siano ogni anno i bambini presi in carico da Istituti? Tantissimi. Abbandonati. Lasciati. Bambini perduti e invisibili. Creature sfortunate, perché per i motivi più disparati sono stati messi da parte. Una popolazione di cui non si parla quasi mai e che non ha la fortuna di avere una casa propria; nessuna persona che si occupi di loro e che loro possano identificare come mamma o come papà, solo operatori e operatrici. E solo in Italia. Possono essere adottati? Certo. Le pratiche di adozione? Un groviglio burocratico e costosissimo. In due parole: se vuoi adottare un bambino ti viene chiesto “prima” se puoi mantenerlo, con una trafila di documentazioni senza fine.
Eppure, se una donna rimane incinta la stessa domanda non si pone. Non si cerca di capire se la donna o la coppia possano permettersi un figlio (un bambino non è un soprammobile, ha bisogno di cure e di cose ogni giorno). Dicono che sia diverso avere un figlio biologico e adottarne uno; nel secondo caso si fa tutta questa lungaggine per la salvaguardia dei bambini.
Ah sì? E chi salva tutti gli altri? Chi salva quelli “biologici”? Come regoliamo la questione se i bambini abbandonati, rifiutati, lasciati, maltrattati, male educati, ignorati, picchiati, seviziati e gettati nei cassonetti vengono tutti (tutti) dalle sante coppie (sposate, non sposate, accompagnate, mamme single, “cazzo, è stato un errore!”) eterosessuali?

Sto forse dicendo che le coppie gay sarebbero una soluzione migliore? Ma certo che no! Sto dicendo che vorrei salvare tutti i bambini e poter dare loro una famiglia. Due persone che li amino e li coccolino e li facciano crescere, che non gli facciano mancare nulla, che li educhino a diventare brave persone a loro volta. E se sono due papà o due mamme che cosa importa? A chi deve importare? A Dio? E dov’è Dio quando questi bambini patiscono l’inferno sulla Terra? Vorrei sapere dai bravi cattolici dov’è Dio quando creature assolutamente innocenti sono al centro di trattamenti tanto disumani. Non solo nel resto del mondo, anche nella civilissima Italia. Si fa presto a riempirsi la bocca con “la parola di Dio” o a dire che la Bibbia vede la famiglia come l’unione di un uomo e una donna “davanti a Dio”. Ma i crimini commessi contro l’infanzia, e non parlo solo di pedofilia che di per sé è qualcosa di allucinante, hanno come protagonisti uomini e donne; non si fanno distinzioni di singolo orientamento sessuale quando si parla di questi crimini, ma di crimini e basta.
E sapete tutti quanti (TUTTI) che la sovrabbondanza dei denunciati e incriminati erano insospettabili “persone per bene”.

Un altro passaggio importante, per non dire che non ne parliamo: la questione in discussione in Parlamento sulla stepchild adoption, cioè la possibilità di adozione del figlio del proprio o della propria partner. Con le adozioni vere e proprie non c’entra nulla! Smettete di accorpare argomenti solo per creare un casus belli.
E quella roba dell’utero in affitto non è nemmeno all’ordine del giorno, ma è solo uno spauracchio buttato dentro per fare rumore. E dico: io non sono assolutamente d’accordo con questa cosa. Mi sta bene l’inseminazione artificiale, mi sta bene la “banca del seme”, mi stanno bene molte pratiche, ma quella di “affittare” una madre per poi portarle via il figlio appena partorito, no. Spero di essere stato chiaro su questo punto.


Ma io vado oltre e torno alle adozioni di bambini senza famiglia.
L’amore da dare a una creatura sola, che rischia di crescere sola e in un istituto, non è bellissimo? Non sarebbe meraviglioso se tutte le coppie, eterosessuali e omosessuali, svuotassero quegli istituti e portassero in una casa vera quei bambini per farli crescere in mezzo all’amore e alla gioia? Con i dovuti controlli? Ma certo! Ma ditemi, voi che sapete tutto, chi controlla le “famiglie tradizionali”? Chi fa dei veri controlli per vedere lo stato in cui versano i minori in tutte le famiglie vere, come vi piace chiamarle?

Certo che è una questione delicata. L’adozione lo è sempre, ma dovrebbe esserlo a prescindere, non dal sesso dei potenziali genitori. Queste sono, ancora una volta, cazzate.
E intanto che ci accartocciamo sull’argomento ci sono migliaia di bambini che soffrono, che sono soli, che non vedranno mai una famiglia tutta per loro. E ci sono uomini e donne meravigliosi che potrebbero dare non solo un futuro, ma anche una speranza a chi adesso speranze non ne ha.
Si spendono milioni di parole per definire la famiglia, ma la famiglia è fatta di amore e purtroppo la tanto sbandierata “famiglia tradizionale”, quella del Family Day per capirci, è la sola, per ora, responsabile di tutta una serie di veri abomini, di disastri, di storie raccapriccianti dove chi ne ha fatto le spese sono sempre e solo loro: i bambini.

C’è un però, in tutto questo. Un ulteriore problema posto più o meno da tutti, anche da esponenti del mondo gay (mondo gay… sembra di parlare di un altro pianeta… roba da medioevo, davvero): come risponderanno i bambini adottati da due papà o due mamme? Come sarà la loro crescita in una società che tende a mettere all’indice l’omosessualità come se fosse un virus? Il timore che vengano traumatizzati da tutta una serie di vessazioni e ingiurie contro la loro famiglia è alto e questo porta a pensare che, non solo la società non sia pronta per un simile passo, ma che addirittura si sforzi (la società, cioè noi) di essere peggio di quanto già non sia. Ha senso? Anzi, dov’è il senso in tutto questo?
Si preferisce lasciare i bambini da soli, dentro a strutture che, per quanto amorevoli, non sono case vere, non sono focolai domestici, non sono famiglie. Sono e rimangono dei ripieghi (per fortuna che esistono!) che dovrebbero fare da ponte a una nuova vita per questi piccoli.

Adesso immaginate un bimbo. Lo chiamiamo Marco. Ha pochi mesi e lo hanno abbandonato. Non chiediamoci perché, lo hanno abbandonato e basta. Marco viene accolto in un istituto dove persone buone si occupano di lui e lo mettono nelle condizioni di stare al caldo, di mangiare, di dormire in un lettino suo. Cresce per alcuni anni dentro a questo istituto. Tra le tante coppie che ne chiedono adozione ce ne sono alcune formate da due potenziali papà e due potenziali mamme. Immaginiamo che per lunghe questioni burocratiche le coppie etero che ne hanno fatto richiesta non rispondano ai requisiti richiesti, invece le coppie dello stesso sesso, sì. Senza una legge che approvi l’adozione per queste coppie, Marco dovrà continuare a vivere nell’istituto (o peggio, passato da una famiglia “temporanea” all’altra – esiste anche questo) crescendo senza una famiglia sua. Senza due volti da identificare come “la sua famiglia”. Senza l’amore che queste coppie potrebbero dargli. E adesso, se ne avete, guardate i vostri figli e immaginateli dentro a questi istituti.

Smettiamo di essere dei mostri e iniziamo a fare davvero gli “esseri umani”. I diritti sono di tutti. I doveri sono di tutti. Non puoi incasellare l’amore, perché l’amore è un sentimento “umano” e appartiene solo a noi.
Abbiamo fatto danni incalcolabili fino adesso, distruggendo vite e togliendo speranze. Proviamo a essere tolleranti, smettiamo di essere cattivi, tentiamo di dare speranza e futuro.
Solo l’amore ci potrà salvare. L’amore e basta. Non di chi verso chi.
E smettetela con questa storia del “contro natura”. Contro natura è quello che facciamo ogni giorno a questo pianeta e a noi che lo abitiamo.

Due persone hanno il diritto di amarsi e di creare il loro nucleo, se lo vogliono, a prescindere dal sesso di entrambi, dal "genere" e da tutte le altre stronzate. Etero e non-etero, non cambia niente: sono persone e basta!
E i bambini... Beh, ricordatevi che i bambini hanno solo diritti, non doveri. E hanno bisogno di amore. Di nient’altro che amore.

E non è vero che di amore non ce n’è.
Per accorgersene basta smettere di essere tanto disumani da voler guardare da dove viene.

Buona vita.

venerdì 5 febbraio 2016

LA RAGIONE PER CUI



Siamo qui per uno scopo? Non lo sappiamo.
Abbiamo cercato di intuirlo in molti modi, ma non abbiamo trovato nulla che vada bene per tutti. Sappiamo che c’è stato un inizio, per la nostra specie, e la scienza ha cercato, e cerca tuttora, di dare una spiegazione ragionevole e logica. Attraverso lo studio, la ricerca e l’analisi delle prove che ci vengono fornite dal passato si è cercato di arrivare a delle risposte, anche se è pur vero che spesso troviamo nuove domande.
L’Inizio ha cercato, e trovato, spiegazione nelle parole dei culti religiosi. Ognuno di questi, a modo suo, traccia una via su come il Creatore avrebbe dato inizio al Tutto. Scientificamente non sono plausibili, spesso sono contradditori e illogici, ma hanno accolto consensi e non solo in epoche in cui il Sapere e la Conoscenza erano ad appannaggio di élite ristrette, ma anche nell’epoca moderna. Un dato di fatto resta incontrovertibile: noi siamo qui e se siamo qui è perché in qualche punto del passato tutto è iniziato.
Questa certezza è la sola che abbiamo. Non ci sono prove, né testimonianze concrete, dell’esistenza di una ragione che motivi la nostra esistenza. Purtroppo, noi sentiamo l’esigenza di dover trovare per forza “La ragione per cui”. Curiosamente, potrebbe esserci una risposta certa, pur non essendo quella che vorremmo ascoltare. Il motivo è semplice, quanto disarmante: siamo esseri limitati, nel corpo, quanto illimitati nella mente, ma è la coesione tra queste due parti che è sbilanciata, perché prestiamo alla parte “materiale” della nostra esistenza la maggior parte dell’attenzione.
Vedere, ascoltare, annusare, gustare, toccare sono i cardini su cui si muove la nostra percezione dal momento in cui nasciamo; a ogni passo della nostra vita ciò che ne scandisce la permanenza è il mondo fisico, con tutte le sue incredibili e variegate sfaccettature. Quel che rende possibili queste interazioni è il nostro cervello, eppure noi tendiamo a dimenticare questa splendida e incredibile macchina biologica. Lo diamo per scontato.
Il cervello è qualcosa di fisico eppure, svolte le sue funzioni di coordinamento, esso si “trastulla” con la creazione di una quantità inimmaginabile di dati: il pensiero. Ed ecco giungere il paradosso. Viviamo il mondo che ci attornia con i nostri cinque sensi e con essi ne misuriamo l’estensione, la capacità, la densità, ma quello che consideriamo “immateriale” è quello che dà più senso al “materiale”. Alla continua ricerca di risposte, tralasciamo il fatto che esse nascono da domande che la nostra mente formula di continuo. L’interminabile indagine che portiamo avanti con l’osservazione troppo spesso è ridotta a un cumulo di dati che, fine a sé stessi, ci inducono a conclusioni imprecise, incomplete.
E "la ragione per cui” continua a sfuggirci.
Lo scopo della nostra esistenza e il punto d’origine dell’immenso di cui siamo parte è un grande affresco, una sterminata tela in divenire. La prima pennellata non è meno importante di quella, ancora fresca, appena depositata. Solo il movimento armonico del pensiero e del corpo, dell’immateriale e del materiale, sono in grado di condurci sul sentiero della conoscenza e della comprensione che esiste un motivo per cui esistiamo.
Quando l’evoluzione ci avrà portato fin lì, sarà stupefacente osservare quanto meraviglioso cammino ci aspetti ancora, prima di togliere la parola fine dal nostro vocabolario.
E osservare che l’inizio non è mai cominciato.