martedì 29 marzo 2016

"DARE ARIA ALLA BOCCA", QUESTA DISCUTIBILE ABITUDINE

“Dare aria alla bocca”.
Questo simpatico modo di dire di solito si rivolge a quelle persone che, non solo quando parlano non dicono nulla, ma soprattutto risultano portabandiera di incongruenze epocali. Individui che parlano e parlano di concetti, piuttosto “alti” oltretutto, spesso mettendo in pratica l’esatto contrario.
Troppa gente che si spertica in lunghe tiritere riempiendosi la bocca con “tolleranza”, “armonia”, “giovialità” per poi agire in modo opposto. A che pro, mi chiedo?
Inoltre, a ciò si aggiunge una diffusa abitudine all’incoerenza vestita da “libertà di cambiare idea”. È indubbio che solo l’idiota non la cambi mai però, se questo significa andare incontro al caos e alla totale inutilità di pensiero, a che serve?

Il nostro è un mondo confuso e internet non lo ha reso certo migliore. Se da una parte potremmo pensarla come Umberto Eco, che diceva «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli», è pur vero che proprio in virtù di tale diritto non si può pensare di mettere a tacere le “legioni” solo perché si è in possesso di una o più lauree. La rete, in fondo, non ha fatto altro che permettere a milioni di persone di esprimersi su piattaforme a “fruizione planetaria”, ma prima esse emettevano comunque le proprie pulsioni verbali, magari attraverso altri canali, anche se maggiormente circoscritti.
L’incoerenza di fondo che permea la mente di una vasta parte della popolazione non è aumentata con l’avvento del web, ha solo trovato un mezzo per uscire allo scoperto.
Eco aveva ragione in parte perché, a mio modesto avviso, non solo è antidemocratico pensare di tappare la bocca a chicchessia (certo, in taluni casi sarebbe auspicabile anche se assai pericoloso), ma perché forse non considerava che parte del danno arriva proprio da quelli che consideriamo degli “insospettabili”.
Tra coloro che predicano bene e razzolano male ci sono, e lo ravviso con dispiacere, accademici titolati, professori di lungo corso, divulgatori di scienze e letteratura. Persone e professionisti dalla cultura oceanica che scivolano in contraddizioni evidenti diffondendo messaggi di pace, tolleranza e amicizia per poi cadere preda dell’esatto contrario. Ovviamente sono esseri umani. Come tali, sono fallibili esattamente come chi non può vantare titoli altisonanti. Eppure, ciò non li scusa.
Se permettiamo alla figura simbolica dell’ignorante (colui che ignora, che non sa) di inciampare nei facili tranelli dell’incoerenza, altresì è difficile farlo con chi della cultura e della conoscenza ha fatto una professione. Dai “depositari del sapere” ci si aspetta grande pacatezza, moderazione, analisi e lucidità, non contradditori comportamenti dove roboanti pensieri crollano miseramente sotto i colpi di beceri gesti da bettola di periferia (con tutto il rispetto per le bettole).

Cambiare idea, anche dall’oggi al domani, non solo è permesso, ma è addirittura necessario, qualora abbia senso e l’idea poggi su fondamenta sensate. Lo può fare chiunque, giacché questo è prerogativa dell’intelligenza e non della cultura fine a sé stessa, ma se è vero che le due cose non sono per forza correlate ha senso aspettarsi maggior cautela da chi con la cultura ha cercato di “armare” maggiormente il proprio intelletto.
Ecco perché parlo di mancanza di coerenza nel panorama odierno. Se colui che deficita di informazioni ne è facile preda, ed è quindi in certa misura scusabile, ciò non è possibile con la platea multiforme dei professionisti del pensiero.
Umberto Eco con la sua frase ci delinea un paesaggio dissonante.
Lo è perché la rete ha partorito siti e pagine di social network costruite da “addetti ai lavori” che si sperticano in arzigogolate fraseologie basate su illuminate visioni di pace, di amicizia, di gioviale convivenza, ma che alla luce dei fatti rimangono solo parole. Parole vuote di praticità, non di contenuti. E così, succede che praticanti e adepti si accodino per “succhiare dal capezzolo della conoscenza e della saggezza” senza accorgersi che alcuni Maestri sono patetiche e tristi figure che non praticano ciò che professano. Non del tutto, almeno. Sono solo dei mestieranti.
Ecco, io considero questi individui pericolosi più della moltitudine di ignoranti (sempre nell’accezione del non sapere).
Proprio perché essi sono avviluppati da una “aura di autorevolezza” rischiano di portare scompiglio e confusione nelle menti di chi pende dalle loro labbra per seguire una via. In più, dal momento che le persone tendono a innalzare su piedistalli dorati coloro che manifestano pensieri figli di conoscenze enciclopediche, si può ben immaginare quale danno ne possa derivare: un esercito di “convinti” che non colgono l’errore del Maestro quando sbatte sul muro della logica ma che, anzi, ne traggono maggiore insegnamento. Questo perché detto Maestro mai più si fa carico dell’errore, ma distorce l’accaduto vestendolo come prova di qualche intricato pensiero filosofico noto solo a lui (e palesemente sciocco, agli occhi dello scettico).

Ma allora, i pensatori e gli scienziati, i filosofi e i letterati sono tutti un manipolo di farfalloni e imbonitori? Assolutamente no, e meno male. Se così fosse non ci sarebbe speranza.
È assai fastidioso, in più, notare quanto sia ampia la mancanza di una qualità fondamentale in alcuni di questi presunti Maestri. Una qualità che da sola potrebbe liberare il campo dalle scadenti cadute di stile: l’umiltà.
Non ci si deve immaginare il Professore o l’Accademico come una figura in giacca, panciotto e cravatta che guarda dall’alto in basso la plebe non-titolata. Egli il più delle volte è una figura normale, quasi bonaria in molti casi, ed è questo che scatena poi gli assetati di sapere e i digiuni da conoscenza: il vestito da falso umile trae in inganno e fa proseliti meglio di qualsiasi altra strategia. Ti parla con il miele nella voce, ti carezza con il velluto di una sapienza che sembra arrivare direttamente dagli Antichi Pensatori di cui fa sfoggio senza freni.
Ahimè, è proprio quando in gioco entrano gli scettici e i genuini liberi pensatori (pur senza titoli) che il giochino viene meno e le figure “autorevoli” iniziano a sgretolarsi. Perché coloro che non cadono nel condizionamento, ma continuano a far domande e a esigere coerenza, sono disturbatori che innescano l’arroganza e la supponenza dei presunti Maestri. Ciò, ovviamente, non solo è grottesco, ma anche una vera sciagura, perché mette a nudo la reale personalità di questi soggetti che hanno completamente dimenticato (o volutamente accantonato) che il nostro cammino sia composto da un continuo imparare.

Concludendo:
non mi piacciono e non approvo la sequenza infinita di stupidaggini che emergono dalla rete, in tutte le forme e su ogni argomento. Ritengo che la documentazione e la ricerca, prima di sparare sentenze e verità, siano non solo necessarie, ma anche doverose. Ma è pur vero che siamo inseriti in un sistema che fagocita tutto e oramai la tendenza è questa; fino a quando qualcosa non metterà un po’ di ordine continueremo a sorbirci il tutto e il suo contrario. Se, però, comprendo che questo abbia senso per le persone “normali”, è desolante e avvilente che ciò si manifesti in quelli che dovrebbero essere, grazie a una cultura superiore, dei baluardi di coerenza e integrità.
Ecco perché, secondo me, ha senso poter scusare colui che “dà aria alla bocca” e si contraddice a ogni folata di vento, ma all’evidenza dei fatti non ha reali strumenti per sostenere posizioni e concetti. Certo, è fastidioso come il prurito, ma è poco probabile che possa arrivare a fare troppi danni. Di contro, quei presunti e spocchiosi Maestri che predicano verità assolute e altissimi concetti senza praticarli (con una pericolosa tendenza al giudizio sommario, tra l’altro) dovrebbero immergersi nell’umiltà e nella rassegnazione che non solo non si smette mai di imparare, ma che spesso è meglio farsi da parte, in silenzio.

“Un bel tacer mai scritto fu” per dirla con le parole di Iacopo Badoer.

Postilla: quando parlo di ignoranza vorrei fosse chiaro che questa parola appartiene a tutti noi. Tutti siamo ignoranti nella misura in cui non siamo a conoscenza di qualcosa. Quindi, per semplificare, ognuno di noi possiede un suo grado di ignoranza. Palesemente, è possibile che un muratore o un salumiere abbiano un bacino di ignoranza diverso (o probabilmente più ampio, ma non è detto) da chi ha conseguito una o più lauree in questo o quello. Ciò, naturalmente, non ne fa persone peggiori, anzi.

Alla prossima.

sabato 19 marzo 2016

FESTA DEL PAPÀ (nel ricordo di te)




Era un giorno di sole, con quell’aria tiepida che ti accarezza il viso, tipica della primavera in arrivo. Avevamo passato una mattinata allegra in classe, tutti pervasi da quella follia infantile che avverte l’addio della stagione fredda. Anche la maestra aveva condotto le sue lezioni lasciandoci un po’ di corda, perché in fondo sapeva che era un giorno speciale per noi. Infatti, non aveva dimenticato la promessa che ci aveva fatto: avremmo tutti preparato qualcosa per la festa.
Così, mentre camminavo insieme ai compagni sulla strada verso casa, pensavo alla sorpresa che serbavo nella cartella. Ero così orgoglioso! Ci avevo messo un sacco di tempo per prepararla e la maestra mi aveva aiutato, dandomi suggerimenti, correggendomi e infine lasciandomi completare la mia idea. Poi il foglio era stato raccolto e legato con un nastro, a mo’ di pergamena.
Anche gli altri erano tutti euforici, ognuno con il proprio dono gelosamente nascosto. Doveva essere una sorpresa, no? E quindi era importante che rimanesse segreto fino all’ultimo!
Camminammo scherzando, parlando, ridendo e ogni tanto salutavamo qualcuno che si staccava dal gruppo perché giunto a destinazione. E infine rimanemmo in tre. Abitavamo nella stessa strada. Io fui il secondo a sganciarmi, salutai la mia amichetta e aprii il cancello di casa. Vicino alla porta del garage c’era il motorino arancione di mamma. Era già tornata dal lavoro.
La porta dello studio era aperta e potevo sentire le note di Glenn Miller uscire nell’aria mite. Misi dentro la testa e lo vidi seduto sulla sua poltroncina blu, di fronte al cavalletto. Stava osservando il quadro davanti a lui, assorto. Dal posacenere salivano le volute di fumo di una delle tante sigarette che si dimenticava di aver acceso.
Lo osservai, come se volessi imprimerlo nella mente per non dimenticare più quel momento. La sua camicia azzurra, il pullover verde. Le maniche tirate su fino ai gomiti a lasciare scoperta la pelle bianca e punteggiata da deboli lentiggini.
Gli occhiali con la montatura nera erano appena un po’ abbassati sul naso, il sopracciglio sinistro leggermente alzato. Gli occhi vivi, acuti e perduti in chissà quali pensieri. Poi si accorse di me e mi guardò.
Io entrai allegramente, saltellando. «Ciao papà! »
Il suo viso si aprì in uno dei suoi sorrisi dorati, quelli che erano tutti per me. Si scostò dal cavalletto e ancora con il pennello in mano allargò le braccia. «Vieni qui! » Esclamò.
E lo abbracciai forte. E mi abbracciò forte. E io mi persi con il viso tra il maglione, la camicia e la sua pelle, che odoravano di dopobarba, di tabacco e di buono. Di tanto tanto buono. Quell’odore suo, che io non dimenticavo mai.
Poi mi scostò e mi arruffò i capelli. Mentre appoggiavo a terra la cartella e riponevo la giacchetta sulla sedia a fianco del tavolo mi chiese com’era andata a scuola. E io gli dissi che avevamo fatto tante cose, di questo, di quello, ma sempre con il mio segreto nascosto. In quel momento entrò la mamma, che aveva il grembiule da cucina e l’aria un po’ stanca, ma sempre bellissima. I lunghi capelli neri legati con una coda alta. Si appoggiò allo stipite della porta.
«Ma sei già qua». Disse sorridendo.
Aveva ragione, io di solito tardavo sempre. Tra una chiacchiera e l’altra, all’uscita da scuola mi perdevo sempre in mezzo alle lancette, ma non quel giorno. Quello era un giorno speciale. E mamma, che mi conosceva, capì che avevo qualcosa di diverso. I suoi occhi mi scrutavano e indagavano e io capii che non ce l’avrei fatta ad attendere fin dopo pranzo. Ero troppo eccitato.
«Tu hai qualcosa». Mi disse con la sua espressione dal broncio divertito.
Papà la guardò con fare interrogativo. «Qualcosa? » Disse.
«Oh, accidenti! » Esclamai. «Non ci riesco ad aspettare! » Mi chinai sulla cartella, la aprii e presi la “pergamena”. Entrambi mi osservarono incuriositi.
Io andai vicino a lui e gliela porsi. «Auguri, papà! È la tua festa oggi! »
Lui strinse gli occhi. Un mezzo sorriso dipinto sul volto. Guardò ora me, ora il foglio legato dal nastro. Poi lo prese dalle mie mani e mi attirò a sé, abbracciandomi di nuovo.
A malavoglia mi staccai subito. «Aprilo, su! »
Lui slegò il nastrino e lo pose accanto alla tavolozza, dove campeggiava un intenso arcobaleno di colori freschi. Srotolò il foglio e lo guardò. E lo guardò ancora. Poi le sue palpebre si abbassarono e quando le riaprì c’era un velo nei suoi occhi, un debole velo di lacrime. E mi regalò uno dei suoi sorrisi più dolci. Mi abbracciò ancora, ma fu diverso questa volta. Fu intenso e profondo, tinteggiato da tanti “grazie, amore” che si perdevano nel mio cuore di bambino.
La mamma rimase sulla porta, lasciandoci quel momento solo per noi, anche se la udii singhiozzare debolmente. Commossa.
Il foglio scivolò dalle dita di papà si fermò sulle sue gambe.
Un piccolo disegno di montagne lontane, di un altro mondo. La mia visione dei paesaggi che dipingeva tanto spesso. E accanto, poche righe:

Auguri al mio meraviglioso Papà,
per la sua Festa!
Perché io sono tanto felice  
che tu sia il mio Papà
e perché sei il Papà migliore dell’universo!”

Un disegno provato più e più volte e qualche parola, con l’aiuto della maestra, per riuscire a dargli una prova del mio amore. Un amore che non aveva eguali e non ne ha mai avuti.
E io non sapevo che quella sarebbe stata la nostra ultima Festa del Papà.
Non lo sapeva nessuno.



Oggi sono qui. E quegli anni sono lontani. Tanto, tanto lontani. Quel foglio non c’è più. Perduto anch’esso tra le sabbie del tempo.
Oggi sono qui ed è la tua festa, Papà. Non ti posso guardare negli occhi, non posso sentire le tue mani, le tue braccia. Non posso sentire l’odore della tua pelle che si mischia al tabacco e al dopobarba. Non c’è più l’odore dei colori a olio con cui riempivi le tele di mondi remoti. I tuoi mondi meravigliosi.
Non c’è più la tua voce che mi parla. Non c’è più il tuo alito caldo. Non c’è più il battere del tuo cuore quando mi addormentavo su di te.
Tutto questo è scomparso. Ci sono solo i ricordi.
E sono tutto quello che ho di te e non li cambierei con nient’altro al mondo, credimi Papà, con nient’altro al mondo. Il ricordo di te è il mio Tesoro più grande.
Io oggi sono qui, a pensare a tutte le Feste del Papà venute dopo. A quanto mi sei mancato. A quanto mi mancherai.
Quando il dolore sale, sai, io stringo le mani e chiudo gli occhi, apro la mia memoria e ti ritrovo come allora. Lì, bello e forte e dolce e stupendo. Con la tua mente straordinaria e il tuo cuore immenso.
E quando riesco a non piangere, sorrido. Chiedo aiuto alla forza della ragione e so, ne sono sicuro, che sono stato fortunato. Perché un Amore così non tutti riescono ad averlo.

Io ti ho avuto. Ho avuto te, Papà, e non c’è nulla che potrà mai toglierti da me.
Perché sei dentro di me. Nella mia mente, nel mio spirito, nel mio cuore. Nel mio tempo.
Non te ne sei mai andato. Né da quel bambino, e nemmeno da quest’uomo.
Auguri, Papà.
Ti amo da sempre e ti amerò per sempre.
Per Sempre.


Tuo figlio.

giovedì 17 marzo 2016

L'ULTIMO RIFUGIO

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.”

Non è la frase di un noto filosofo. Pur potendolo annoverare anche tra essi per i suoi indubbi contributi, l’autore è uno scrittore americano: Isaac Asimov.
Chi la pronuncia è uno dei personaggi di uno dei più celebri e letti cicli di fantascienza di tutti i tempi, quello di “Fondazione”.
Per la precisione essa appare per la prima volta nel romanzo omonimo, poi rinominato “Prima Fondazione”, che uscì a puntate sulla rivista americana Astounding tra il 1942 e il 1944.
Il “motto di Salvor Hardin” (il personaggio che lo pronuncia per la prima volta) è un ottimo spunto per darci un’occhiata intorno, soprattutto ora che siamo all’apice di una crisi mondiale che riguarda ogni aspetto della vita di chiunque.
E mi riferisco a un quadro generale che è sconfortante.
Migliaia di anni di evoluzione e millenni di Storia non ci hanno insegnato niente. Restii a voler fare un successivo passo in avanti ci siamo fossilizzati in una posizione che, se non fosse tragica, potremmo definire grottesca.
Abbiamo in una mano le meraviglie dell’Universo, gli scenari della scienza e della tecnica, i colori e le parole delle arti; nell’altra stringiamo il pressapochismo, il dominio, la supremazia, il fanatismo, la divisione.
Una continua e ripetitiva violenza ci muove in ogni cosa che facciamo, che diciamo, che pensiamo, come se non ci fosse altro nella nostra esistenza se non sottomettere e cancellare. Persino la definizione che diamo delle genti del mondo è violenta: le razze.
Il termine razza è quasi scomparso persino dalla terminologia scientifica, basti pensare all’antropologia biologica e alla genetica umana, ma noi ancora parliamo di razza bianca, razza nera, razza orientale e via discorrendo.
Noi facciamo parte della Specie Umana, punto.
E questo particolare ci fornisce l’esempio lampante del contrasto che viviamo. La scienza evolve, ma noi no.
Curioso… Perché?
Una spiegazione ampia richiederebbe un’analisi così profonda che non basterebbe un libro per contenerla, ma se volessimo ridurre e sintetizzare potremmo dire che: non vogliamo.
A molti piacerebbe, certo, e tra questi ce ne sono che fanno campagne di sensibilizzazione e pacifiche lotte per aprire le menti dei recalcitranti, ma il problema è che questi ultimi sono tantissimi e poco inclini a voler vedere al di là del loro naso.
Le convinzioni, i preconcetti sono duri da abbattere e i pensieri stantii basati sui fasulli presupposti di superiorità e di inferiorità resistono.La mancanza di una diffusa ed ampia cultura del diverso come “ciò da cui apprendere” invece che come problema è un aspetto fondamentale, così come lo è il concetto di possesso. Avere per essere. Sono tutti aspetti centrali di quella che chiamiamo Società Moderna.

Ogni persona di questo pianeta ha dei sogni e delle speranze. Ovviamente questi cambiano a seconda del luogo che prendiamo in esame. Questo perché la Società Moderna è rimasta quella che era un secolo fa e mille anni fa. Di moderno c’è solamente il picco tecnologico che ha portato vita più longeva, maggiori automazioni, comodità e comfort in tutto il mondo occidentale. Ma in ogni altra parte del globo sono arrivate solo le armi. E laddove sembra che non sia così (perché gli smartphone li troviamo anche in zone disagiate e affamate) tutto fa parte di un astuto disegno molto simile a quello che fecero i coloni arrivati nel Nuovo Mondo. Whisky e fucili ai nativi e alla fine sterminio.
Noi, comodamente seduti nelle nostre case, abbiamo sogni e speranze relativi al lavoro, alla carriera, alla macchina nuova, all’acquisto di una casa, alle vacanze. Viviamo all’interno di una sorta di consapevole ignoranza. Guardiamo il portafoglio e chiediamoci: è tutto racchiuso lì dentro quello che desideriamo? È tutto lì quello che siamo?È assai deludente e mortificante constatare che è proprio così, che lo accettiamo quasi passivamente, perché anche altre cose come la salute e il sostentamento passano da lì dentro.
Di questa unità di misura abbiamo fatto un dogma. Il Denaro è la colonna portante della nostra civiltà e per il denaro (e il conseguente potere che deriva dal possederlo) abbiamo dimostrato che siamo disposti a tutto. Anche allo schiavismo di intere popolazioni.Consapevolmente o meno, non è forse violenza questa?
Possiamo dire che le parole che Asimov fa pronunciare a Salvor Hardin sono quanto di più chiaro serva per illustrare la società umana?
Noi siamo degli Incapaci.

Io non sono nessuno, se non uno di voi, e mi macchio di questa violenza ogni maledetto giorno. Non è un caso se ho scritto “Noi siamo degli Incapaci”, perché lo siamo tutti.
Anche quelli che si impegnano, anche quelli che si battono, anche quelli che lottano  e non vogliono esserlo.
Purtroppo, se volessimo stilare una classifica comprendente chi si impegna di più e chi meno faremmo solamente un altro dei giochi che servono il Sistema in cui siamo inseriti.
Ma allora, ci chiediamo, cosa possiamo fare?
Beh, ritengo che una differenza tra un incapace attivo e uno passivo, ci sia. Se così non fosse, non avremmo speranza.
È da qui che a mio modesto avviso possono partire i cambiamenti.Come Incapaci Attivi possiamo diffondere messaggi diversi da quelli che ci soffocano ogni giorno; produrre una positiva visione di un futuro alternativo attraverso idee e ideali scevri da confini, da gabbie, da incasellamenti, da bandiere e da dogmi. Il libero pensatore non deve essere un soggetto che si crede esclusivo, altrimenti diventa egli stesso un Passivo.
Questa violenza di cui siamo personalmente responsabili con i gesti e le parole che il Sistema ci obbliga ad adoperare può essere arginata, limitata e infine sconfitta.Certo…noi non vedremo i frutti di questa lotta, perché si tratta di un cammino lunghissimo e impervio, ma non credete che sia fondamentale sapere che può esserci un futuro diverso e migliore per chi verrà dopo (di noi)?
Abbiamo il dovere morale di non arretrare di fronte alla paura di non riuscire, di fronte al timore di venire additati come matti. Attraverso la profonda ricchezza delle diversità si può creare un amalgama coeso, ben diverso da quello che è il mondo diviso e umanamente arretrato in cui viviamo.
Le diversità sono importanti per creare confronti, per arricchire la mente e lo spirito, per superare gli ostacoli che uniformità e assolutismo ci pongono in ogni istante.
Il Denaro, come forma Principe della divisione e del classismo, lo abbiamo accettato perché ci è stato imposto, ma possiamo demolire il suo potere e tutto ciò che lo alimenta con la volontà di cambiare.
Ci sono tanti luoghi nel mondo dove possiamo incontrare persone che non ti chiedono soldi, ma aiuto. Un po’ di cibo, di acqua, una cura per qualche malattia. Sono le stesse persone che possono ripagare qualsiasi tuo gesto amichevole e disinteressato con una ospitalità e una gentilezza che noi, nel nostro mondo “superiore”, abbiamo quasi dimenticato.

Evolverci in qualcosa di migliore non è possibile e dobbiamo prendere spunto dalla Storia, per imparare a smettere di essere ciò che siamo stati fino ad ora.
Lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di oltrepassare quella cortina di fumo che ci viene spacciata come Verità e Realtà ogni giorno, e se ciò appare difficile lo dobbiamo al Sistema.
Però, non va dimenticato che esso non si è creato da solo, ma è stato originato da menti umane, persone come noi che hanno basato tutto sulla divisione e sul profitto. Su dogmi e denaro.
Se la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci, possiamo noi smettere di rifugiarci in quanto tali e mettere la testa fuori dal cunicolo in cui ci siamo nascosti? Possiamo passare da Incapaci Passivi e Attivi a una forma di vita più evoluta che la smetta di vedere nella diversità un mostro, nel denaro un dio e nel possedere una gratificazione?
Come ho detto, si tratta di un cammino arduo e difficile, oltre che di lunga durata. Ma non impossibile. Per quanto mi riguarda, sono convinto che l’impossibile richieda solo un po’ più di tempo.
Credo che sarebbe ingiustificabile non porsi nemmeno l’idea di rifletterci sopra.

Da par mio, in mia memoria gradirei si dicesse:
tentò con ogni mezzo di abbandonare l’ultimo rifugio.
E smise di essere un Incapace.

martedì 1 marzo 2016

SULL'AMICIZIA

Non ci sono mai solo ragioni semplici che legano le persone. I legami umani sono complessi, spesso contradditori. Ciò che importa davvero, affinché i rapporti possano funzionare, è la coerenza e la lealtà. Quando ci sono questi presupposti, che sono all’interno della sfera del rispetto, allora può nascere un’Amicizia. Questo sentimento è sicuramente il più delicato tra quelli che possiamo provare. Se vi sembra che ciò sia ingiusto nei confronti dell’amore, allora non considerate l’aspetto particolare che li differenzia: l’amicizia è una forma d’amore, l’amore non è una forma di amicizia. Essere Amici significa portare il fardello dell’altro con la stessa disinvoltura con cui si porta il proprio. Significa condividere notti intere di gioie e dolori senza il sublime passaggio del sesso, ma naturalmente senza pagarne il conto assai salato che ne deriva. L’Amicizia è un concentrato di fiducia così elevato che diventa essenzialmente vincolante. Se accetti di farne parte devi assumerti la responsabilità che grava sulla delicatezza dei rapporti umani più stretti, non puoi pensare di essere Amico in modo farfallone o distratto. Non ti è concesso. L’Amicizia ha degli oneri altissimi, sì, ma ti ripaga con degli onori che nessun altro sentimento può donarti. No, nemmeno l’amore.

Quando due persone sono Amiche il sentimento che le lega è (deve esserlo) inossidabile. Non sente il passaggio del tempo, la distanza non importa, le sirene negative e le invidie non lo toccano. Due persone Amiche sono un baluardo invulnerabile di onestà, fiducia, forza, coraggio, fratellanza, condivisione di tutto, nel bene e nel male. Infatti, non è un caso che di questo sentimento si abusi di continuo. Perché le persone faticano a calarsi in un simile concentrato di forze. È troppo impegnativo. La conseguenza è che i Veri Amici, nel mondo, sono relativamente pochi. Due Amici stipulano tacitamente una sorta di invisibile contratto: si impegnano a essere sempre presenti  nella vita dell’altro, e anche quando fisicamente ciò non è possibile lo saranno con la mente e con lo spirito; mettono nelle mani l’uno dell’altro le proprie debolezze e i propri difetti, più importanti dei pregi e delle caratteristiche vincenti, perché la condivisione deve avere come base la fiducia; si abbandonano alla sicurezza che non si tradiranno; accettano senza condizioni che ci sia una franchezza totale e completa, perché proprio sulla base della più limpida (e a volte spietata) condivisione della verità si costruiscono rapporti che il tempo non può scalfire. Lo so, sembra troppo. Troppo e troppo “intimo”. Eppure è questo “troppo” che rende l’Amicizia un sentimento tanto bello, potente, denso.

Tante volte chiamiamo amici persone che sono molto più o poco più che conoscenti e da essi ci aspettiamo parecchio. È sbagliato, ma è una sottigliezza di definizione che ormai dobbiamo accettare. Diciamo amici, ma manca quella lettera maiuscola che li identifica come parte integrante e insostituibile della nostra vita. Non è peccato, non vuole sminuire o accrescere, ma è importante tenerne conto. Potranno avere la maiuscola un giorno? Dipende da noi e anche da loro.

E ancora…
Una delle spettacolari caratteristiche di questo sentimento è proprio la sua capacità di resistere alle intemperie dello scorrere del tempo e della distanza. L’ho già menzionata, ma questa speciale particolarità ha bisogno di essere spiegata. Non importa quanto tempo intercorra tra una visita, o una comunicazione, e l’altra, perché in qualche modo gli Amici sanno, e sentono, che la presenza spirituale “dell’altro” c’è. È lì con loro. Due innamorati hanno bisogno della loro assoluta presenza fisica e quando si frappone una distanza essi soffrono, perché la necessità del contatto è esasperante. Certo, ci sono eccezioni, ma proprio per questo non possono fare la differenza. Due Amici possono arrivare a non sentirsi per mesi, a non vedersi per anni, ma quello che li aveva legati indissolubilmente nel passato rimane saldo e inattaccabile come se fossero uno di fronte all’altro. Nella memoria di entrambi naviga tranquillo non il ricordo, ma la presenza: ognuno sa che l’Amico è dentro di sé, che cammina e parla attraverso le azioni del quotidiano.

La straordinarietà di questo sentimento si nota anche in un’altra peculiarità: succede, di tanto in tanto, che due persone si incontrino e, per puro caso, scoprano di essere spiriti affini. Quello che in Amore è chiamato colpo di fulmine.
In Amicizia questa folgore colpisce, ma assai raramente finisce. È strano, lo so, eppure è così che succede. Due tizi si incontrano, si parlano, ridono, scherzano, entrano in conversazioni più personali e scoprono in brevissimo tempo che sono congeniali l’uno all’altro, arrivando a chiedersi “Ma dove sei stato finora?”
Mio padre, che dell’Amicizia fu un innamorato, definì questo accadimento così: “Due individui, sconosciuti fino a poco prima, si incontrano e scoprono di essere consequenziali l’uno all’altro. Non c’è una ragione precisa, ma il semplice tocco spirituale dell’affinità che filtra attraverso le loro prime parole e i loro sguardi."
È indubbiamente una visione assai romantica e il motivo che mi spinge a crederci è sicuramente l’essere stato cresciuto da lui. Però, ho avuto modo di sperimentarlo in prima persona e ho compreso che la sua estrema sensibilità lo aveva indotto a “sentire” che ciò aveva un senso.

L’Amicizia è un sentimento nobile. È qualcosa che travalica l’ossessivo desiderio del possesso tipico dell’amore, eppure è al contempo una forma di amore di qualità elevatissima, così tanto che gli Amici sono disposti a tutto pur di essersi d’aiuto, di condividersi, di esserci. Non è importante il “quanto”, in Amicizia, ma il semplice farlo e spesso il semplice dirlo.

Personalmente posso dire di avere degli Amici. Ho patito tanto nella mia vita prima di comprendere che non avevo bisogno di essere circondato, nel cuore, da tanta gente, ma che era necessario che chi c’era fosse “per sempre”. Bisogna ricordare, ancora una volta, che l’Amico non ti giudicherà mai, ma potrà essere spietato. È il suo ruolo e lo si deve rispettare in virtù di quell’amore incondizionato che egli ha donato a te (e che tu hai donato a lui).

E l’Amico sa, lo sa sempre, che anche attraverso il silenzio lo stai portando nel cuore. A spasso con te. E non preoccupatevi di come siete, di che carattere pessimo potete avere, di quali basse azioni siete capaci o di quali siano le vostre mire, l’Amico vi conosce e sarà pronto ad abbracciarvi e perdonarvi, ma solo se sarete onesti, leali e franchi.

L’Amicizia può tutto.
Ma ricordate: due innamorati possono lasciarsi e tornare insieme.
Due Amici, una volta rotto il patto, non potranno mai più. Il tradimento non è contemplato.

Se avete Amici, come ne ho io, accarezzateli nel cuore, dove il loro posto è caldo e al sicuro. È tra le gioie più belle che la Vita ci ha donato.


Ai miei Amici:
Michele P., Nadia V., GiuseppeL.,  VittorioV.,  Sergio T., Giovanni L., Laura N., Sergio R., Franco R., Doris F., Tuncay D., Roberto I.

E a Morena. Che mi ha insegnato come l’Amore e l’Amicizia possano fondersi e camminare insieme.