FESTA DEL PAPÀ (nel ricordo di te)




Era un giorno di sole, con quell’aria tiepida che ti accarezza il viso, tipica della primavera in arrivo. Avevamo passato una mattinata allegra in classe, tutti pervasi da quella follia infantile che avverte l’addio della stagione fredda. Anche la maestra aveva condotto le sue lezioni lasciandoci un po’ di corda, perché in fondo sapeva che era un giorno speciale per noi. Infatti, non aveva dimenticato la promessa che ci aveva fatto: avremmo tutti preparato qualcosa per la festa.
Così, mentre camminavo insieme ai compagni sulla strada verso casa, pensavo alla sorpresa che serbavo nella cartella. Ero così orgoglioso! Ci avevo messo un sacco di tempo per prepararla e la maestra mi aveva aiutato, dandomi suggerimenti, correggendomi e infine lasciandomi completare la mia idea. Poi il foglio era stato raccolto e legato con un nastro, a mo’ di pergamena.
Anche gli altri erano tutti euforici, ognuno con il proprio dono gelosamente nascosto. Doveva essere una sorpresa, no? E quindi era importante che rimanesse segreto fino all’ultimo!
Camminammo scherzando, parlando, ridendo e ogni tanto salutavamo qualcuno che si staccava dal gruppo perché giunto a destinazione. E infine rimanemmo in tre. Abitavamo nella stessa strada. Io fui il secondo a sganciarmi, salutai la mia amichetta e aprii il cancello di casa. Vicino alla porta del garage c’era il motorino arancione di mamma. Era già tornata dal lavoro.
La porta dello studio era aperta e potevo sentire le note di Glenn Miller uscire nell’aria mite. Misi dentro la testa e lo vidi seduto sulla sua poltroncina blu, di fronte al cavalletto. Stava osservando il quadro davanti a lui, assorto. Dal posacenere salivano le volute di fumo di una delle tante sigarette che si dimenticava di aver acceso.
Lo osservai, come se volessi imprimerlo nella mente per non dimenticare più quel momento. La sua camicia azzurra, il pullover verde. Le maniche tirate su fino ai gomiti a lasciare scoperta la pelle bianca e punteggiata da deboli lentiggini.
Gli occhiali con la montatura nera erano appena un po’ abbassati sul naso, il sopracciglio sinistro leggermente alzato. Gli occhi vivi, acuti e perduti in chissà quali pensieri. Poi si accorse di me e mi guardò.
Io entrai allegramente, saltellando. «Ciao papà! »
Il suo viso si aprì in uno dei suoi sorrisi dorati, quelli che erano tutti per me. Si scostò dal cavalletto e ancora con il pennello in mano allargò le braccia. «Vieni qui! » Esclamò.
E lo abbracciai forte. E mi abbracciò forte. E io mi persi con il viso tra il maglione, la camicia e la sua pelle, che odoravano di dopobarba, di tabacco e di buono. Di tanto tanto buono. Quell’odore suo, che io non dimenticavo mai.
Poi mi scostò e mi arruffò i capelli. Mentre appoggiavo a terra la cartella e riponevo la giacchetta sulla sedia a fianco del tavolo mi chiese com’era andata a scuola. E io gli dissi che avevamo fatto tante cose, di questo, di quello, ma sempre con il mio segreto nascosto. In quel momento entrò la mamma, che aveva il grembiule da cucina e l’aria un po’ stanca, ma sempre bellissima. I lunghi capelli neri legati con una coda alta. Si appoggiò allo stipite della porta.
«Ma sei già qua». Disse sorridendo.
Aveva ragione, io di solito tardavo sempre. Tra una chiacchiera e l’altra, all’uscita da scuola mi perdevo sempre in mezzo alle lancette, ma non quel giorno. Quello era un giorno speciale. E mamma, che mi conosceva, capì che avevo qualcosa di diverso. I suoi occhi mi scrutavano e indagavano e io capii che non ce l’avrei fatta ad attendere fin dopo pranzo. Ero troppo eccitato.
«Tu hai qualcosa». Mi disse con la sua espressione dal broncio divertito.
Papà la guardò con fare interrogativo. «Qualcosa? » Disse.
«Oh, accidenti! » Esclamai. «Non ci riesco ad aspettare! » Mi chinai sulla cartella, la aprii e presi la “pergamena”. Entrambi mi osservarono incuriositi.
Io andai vicino a lui e gliela porsi. «Auguri, papà! È la tua festa oggi! »
Lui strinse gli occhi. Un mezzo sorriso dipinto sul volto. Guardò ora me, ora il foglio legato dal nastro. Poi lo prese dalle mie mani e mi attirò a sé, abbracciandomi di nuovo.
A malavoglia mi staccai subito. «Aprilo, su! »
Lui slegò il nastrino e lo pose accanto alla tavolozza, dove campeggiava un intenso arcobaleno di colori freschi. Srotolò il foglio e lo guardò. E lo guardò ancora. Poi le sue palpebre si abbassarono e quando le riaprì c’era un velo nei suoi occhi, un debole velo di lacrime. E mi regalò uno dei suoi sorrisi più dolci. Mi abbracciò ancora, ma fu diverso questa volta. Fu intenso e profondo, tinteggiato da tanti “grazie, amore” che si perdevano nel mio cuore di bambino.
La mamma rimase sulla porta, lasciandoci quel momento solo per noi, anche se la udii singhiozzare debolmente. Commossa.
Il foglio scivolò dalle dita di papà si fermò sulle sue gambe.
Un piccolo disegno di montagne lontane, di un altro mondo. La mia visione dei paesaggi che dipingeva tanto spesso. E accanto, poche righe:

Auguri al mio meraviglioso Papà,
per la sua Festa!
Perché io sono tanto felice  
che tu sia il mio Papà
e perché sei il Papà migliore dell’universo!”

Un disegno provato più e più volte e qualche parola, con l’aiuto della maestra, per riuscire a dargli una prova del mio amore. Un amore che non aveva eguali e non ne ha mai avuti.
E io non sapevo che quella sarebbe stata la nostra ultima Festa del Papà.
Non lo sapeva nessuno.



Oggi sono qui. E quegli anni sono lontani. Tanto, tanto lontani. Quel foglio non c’è più. Perduto anch’esso tra le sabbie del tempo.
Oggi sono qui ed è la tua festa, Papà. Non ti posso guardare negli occhi, non posso sentire le tue mani, le tue braccia. Non posso sentire l’odore della tua pelle che si mischia al tabacco e al dopobarba. Non c’è più l’odore dei colori a olio con cui riempivi le tele di mondi remoti. I tuoi mondi meravigliosi.
Non c’è più la tua voce che mi parla. Non c’è più il tuo alito caldo. Non c’è più il battere del tuo cuore quando mi addormentavo su di te.
Tutto questo è scomparso. Ci sono solo i ricordi.
E sono tutto quello che ho di te e non li cambierei con nient’altro al mondo, credimi Papà, con nient’altro al mondo. Il ricordo di te è il mio Tesoro più grande.
Io oggi sono qui, a pensare a tutte le Feste del Papà venute dopo. A quanto mi sei mancato. A quanto mi mancherai.
Quando il dolore sale, sai, io stringo le mani e chiudo gli occhi, apro la mia memoria e ti ritrovo come allora. Lì, bello e forte e dolce e stupendo. Con la tua mente straordinaria e il tuo cuore immenso.
E quando riesco a non piangere, sorrido. Chiedo aiuto alla forza della ragione e so, ne sono sicuro, che sono stato fortunato. Perché un Amore così non tutti riescono ad averlo.

Io ti ho avuto. Ho avuto te, Papà, e non c’è nulla che potrà mai toglierti da me.
Perché sei dentro di me. Nella mia mente, nel mio spirito, nel mio cuore. Nel mio tempo.
Non te ne sei mai andato. Né da quel bambino, e nemmeno da quest’uomo.
Auguri, Papà.
Ti amo da sempre e ti amerò per sempre.
Per Sempre.


Tuo figlio.

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