giovedì 17 marzo 2016

L'ULTIMO RIFUGIO

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.”

Non è la frase di un noto filosofo. Pur potendolo annoverare anche tra essi per i suoi indubbi contributi, l’autore è uno scrittore americano: Isaac Asimov.
Chi la pronuncia è uno dei personaggi di uno dei più celebri e letti cicli di fantascienza di tutti i tempi, quello di “Fondazione”.
Per la precisione essa appare per la prima volta nel romanzo omonimo, poi rinominato “Prima Fondazione”, che uscì a puntate sulla rivista americana Astounding tra il 1942 e il 1944.
Il “motto di Salvor Hardin” (il personaggio che lo pronuncia per la prima volta) è un ottimo spunto per darci un’occhiata intorno, soprattutto ora che siamo all’apice di una crisi mondiale che riguarda ogni aspetto della vita di chiunque.
E mi riferisco a un quadro generale che è sconfortante.
Migliaia di anni di evoluzione e millenni di Storia non ci hanno insegnato niente. Restii a voler fare un successivo passo in avanti ci siamo fossilizzati in una posizione che, se non fosse tragica, potremmo definire grottesca.
Abbiamo in una mano le meraviglie dell’Universo, gli scenari della scienza e della tecnica, i colori e le parole delle arti; nell’altra stringiamo il pressapochismo, il dominio, la supremazia, il fanatismo, la divisione.
Una continua e ripetitiva violenza ci muove in ogni cosa che facciamo, che diciamo, che pensiamo, come se non ci fosse altro nella nostra esistenza se non sottomettere e cancellare. Persino la definizione che diamo delle genti del mondo è violenta: le razze.
Il termine razza è quasi scomparso persino dalla terminologia scientifica, basti pensare all’antropologia biologica e alla genetica umana, ma noi ancora parliamo di razza bianca, razza nera, razza orientale e via discorrendo.
Noi facciamo parte della Specie Umana, punto.
E questo particolare ci fornisce l’esempio lampante del contrasto che viviamo. La scienza evolve, ma noi no.
Curioso… Perché?
Una spiegazione ampia richiederebbe un’analisi così profonda che non basterebbe un libro per contenerla, ma se volessimo ridurre e sintetizzare potremmo dire che: non vogliamo.
A molti piacerebbe, certo, e tra questi ce ne sono che fanno campagne di sensibilizzazione e pacifiche lotte per aprire le menti dei recalcitranti, ma il problema è che questi ultimi sono tantissimi e poco inclini a voler vedere al di là del loro naso.
Le convinzioni, i preconcetti sono duri da abbattere e i pensieri stantii basati sui fasulli presupposti di superiorità e di inferiorità resistono.La mancanza di una diffusa ed ampia cultura del diverso come “ciò da cui apprendere” invece che come problema è un aspetto fondamentale, così come lo è il concetto di possesso. Avere per essere. Sono tutti aspetti centrali di quella che chiamiamo Società Moderna.

Ogni persona di questo pianeta ha dei sogni e delle speranze. Ovviamente questi cambiano a seconda del luogo che prendiamo in esame. Questo perché la Società Moderna è rimasta quella che era un secolo fa e mille anni fa. Di moderno c’è solamente il picco tecnologico che ha portato vita più longeva, maggiori automazioni, comodità e comfort in tutto il mondo occidentale. Ma in ogni altra parte del globo sono arrivate solo le armi. E laddove sembra che non sia così (perché gli smartphone li troviamo anche in zone disagiate e affamate) tutto fa parte di un astuto disegno molto simile a quello che fecero i coloni arrivati nel Nuovo Mondo. Whisky e fucili ai nativi e alla fine sterminio.
Noi, comodamente seduti nelle nostre case, abbiamo sogni e speranze relativi al lavoro, alla carriera, alla macchina nuova, all’acquisto di una casa, alle vacanze. Viviamo all’interno di una sorta di consapevole ignoranza. Guardiamo il portafoglio e chiediamoci: è tutto racchiuso lì dentro quello che desideriamo? È tutto lì quello che siamo?È assai deludente e mortificante constatare che è proprio così, che lo accettiamo quasi passivamente, perché anche altre cose come la salute e il sostentamento passano da lì dentro.
Di questa unità di misura abbiamo fatto un dogma. Il Denaro è la colonna portante della nostra civiltà e per il denaro (e il conseguente potere che deriva dal possederlo) abbiamo dimostrato che siamo disposti a tutto. Anche allo schiavismo di intere popolazioni.Consapevolmente o meno, non è forse violenza questa?
Possiamo dire che le parole che Asimov fa pronunciare a Salvor Hardin sono quanto di più chiaro serva per illustrare la società umana?
Noi siamo degli Incapaci.

Io non sono nessuno, se non uno di voi, e mi macchio di questa violenza ogni maledetto giorno. Non è un caso se ho scritto “Noi siamo degli Incapaci”, perché lo siamo tutti.
Anche quelli che si impegnano, anche quelli che si battono, anche quelli che lottano  e non vogliono esserlo.
Purtroppo, se volessimo stilare una classifica comprendente chi si impegna di più e chi meno faremmo solamente un altro dei giochi che servono il Sistema in cui siamo inseriti.
Ma allora, ci chiediamo, cosa possiamo fare?
Beh, ritengo che una differenza tra un incapace attivo e uno passivo, ci sia. Se così non fosse, non avremmo speranza.
È da qui che a mio modesto avviso possono partire i cambiamenti.Come Incapaci Attivi possiamo diffondere messaggi diversi da quelli che ci soffocano ogni giorno; produrre una positiva visione di un futuro alternativo attraverso idee e ideali scevri da confini, da gabbie, da incasellamenti, da bandiere e da dogmi. Il libero pensatore non deve essere un soggetto che si crede esclusivo, altrimenti diventa egli stesso un Passivo.
Questa violenza di cui siamo personalmente responsabili con i gesti e le parole che il Sistema ci obbliga ad adoperare può essere arginata, limitata e infine sconfitta.Certo…noi non vedremo i frutti di questa lotta, perché si tratta di un cammino lunghissimo e impervio, ma non credete che sia fondamentale sapere che può esserci un futuro diverso e migliore per chi verrà dopo (di noi)?
Abbiamo il dovere morale di non arretrare di fronte alla paura di non riuscire, di fronte al timore di venire additati come matti. Attraverso la profonda ricchezza delle diversità si può creare un amalgama coeso, ben diverso da quello che è il mondo diviso e umanamente arretrato in cui viviamo.
Le diversità sono importanti per creare confronti, per arricchire la mente e lo spirito, per superare gli ostacoli che uniformità e assolutismo ci pongono in ogni istante.
Il Denaro, come forma Principe della divisione e del classismo, lo abbiamo accettato perché ci è stato imposto, ma possiamo demolire il suo potere e tutto ciò che lo alimenta con la volontà di cambiare.
Ci sono tanti luoghi nel mondo dove possiamo incontrare persone che non ti chiedono soldi, ma aiuto. Un po’ di cibo, di acqua, una cura per qualche malattia. Sono le stesse persone che possono ripagare qualsiasi tuo gesto amichevole e disinteressato con una ospitalità e una gentilezza che noi, nel nostro mondo “superiore”, abbiamo quasi dimenticato.

Evolverci in qualcosa di migliore non è possibile e dobbiamo prendere spunto dalla Storia, per imparare a smettere di essere ciò che siamo stati fino ad ora.
Lo sforzo che dobbiamo compiere è quello di oltrepassare quella cortina di fumo che ci viene spacciata come Verità e Realtà ogni giorno, e se ciò appare difficile lo dobbiamo al Sistema.
Però, non va dimenticato che esso non si è creato da solo, ma è stato originato da menti umane, persone come noi che hanno basato tutto sulla divisione e sul profitto. Su dogmi e denaro.
Se la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci, possiamo noi smettere di rifugiarci in quanto tali e mettere la testa fuori dal cunicolo in cui ci siamo nascosti? Possiamo passare da Incapaci Passivi e Attivi a una forma di vita più evoluta che la smetta di vedere nella diversità un mostro, nel denaro un dio e nel possedere una gratificazione?
Come ho detto, si tratta di un cammino arduo e difficile, oltre che di lunga durata. Ma non impossibile. Per quanto mi riguarda, sono convinto che l’impossibile richieda solo un po’ più di tempo.
Credo che sarebbe ingiustificabile non porsi nemmeno l’idea di rifletterci sopra.

Da par mio, in mia memoria gradirei si dicesse:
tentò con ogni mezzo di abbandonare l’ultimo rifugio.
E smise di essere un Incapace.

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