sabato 2 aprile 2016

IL PIANETA DEGLI SCHIAVI

Tempi duri. Maledettamente duri.
Sono decenni e decenni che ci aggiriamo tra i vicoli tortuosi di qualcosa che abbiamo sempre e solo abbozzato, attraverso le parole di illustri pensatori, di pacifici letterati, di uomini e donne di scienza e cultura. Persino di fede. Niente ne è emerso, se non una lotta continua e fratricida che ha inclinato sempre più il piano sul quale siamo appoggiati, nostro malgrado. Una superficie ormai resa troppo viscida da tutto quello che non abbiamo voluto fare.Perché qui sta un punto cruciale. È troppo semplice ridurre l’immenso macello in cui viviamo a qualcosa che abbiamo fatto (e che facciamo). Quello che come messaggio non passa mai, da nessuna parte, né in rete, né sui media “classici” e nemmeno per strada, tra la gente, è che non abbiamo provato a smettere nemmeno per un momento di fare (e farci) dei danni.Siamo bravi a lamentarci, però! Ah, in quello siamo imbattibili.
Da nord a sud, da est a ovest, da qualunque parte si guardi lo sventurato pianeta che ci ospita si notano solo tre cose: odio, morte e distruzione. Non male per “la specie più intelligente della Terra”…

Tempi duri, davvero.
Con la stessa passione con cui ci dedichiamo alle arti siamo capaci di lanciare gragnole di bombe. Scriviamo poemi, dipingiamo quadri, componiamo musica e allo stesso tempo lasciamo a terra milioni di individui assassinati.
Se ci fosse un reale motivo tangibile, logico, inequivocabile, malgrado io sia contro la violenza, potrei tentare di comprenderlo. Invece, ci fracassiamo tra noi sempre con le solite, sordide motivazioni che spingevano i nostri antenati: religione, denaro, potere, diversità.
E la cosa più incredibile e grottesca è che tendiamo a giustificare questi comportamenti. Cioè, li condanniamo nella misura in cui una cosa o l’altra non stia capitando a noi, perché allora diventa lecito tutto.
Viviamo nello spirito della vendetta. Nello stupido concetto di “razza da odiare”. Nel cervellotico convincimento che un Dio sia meglio di un altro. Nella malsana abitudine di voler dominare e possedere, possedere e dominare. E diamo prova di queste cose ogni giorno, anche nelle piccole azioni quotidiane: qui come a New York, a Kabul come a Londra, a Città del Capo come a Quito. Non passa giorno senza che un’altra pietra si abbassi su una fossa, a memoria della nostra stoltezza.

Poi, come dicevo prima, ci lamentiamo. Di tutto e sempre. Lo facciamo quando le cose non vanno come vogliamo noi, pronti immediatamente a dar la colpa a altri, o quando si manifestano pericoli che potevano (e dovevano) essere ridimensionati prima di diventare inevitabili.
Quando odio non c’è, lo creiamo.
Ci si indigna se il Terzo Mondo ci detesta e ci danno fastidio i migranti, ma se il “ricco occidente” non avesse massacrato quelle nazioni oggi parleremmo d’altro.
Ci indigniamo se veniamo attaccati nelle nostre città e chiediamo rappresaglie durissime, ma dimentichiamo cosa ha provocato quelle azioni. Ragioni (discutibili) lontane nel tempo di cui siamo responsabili anche noi.
Vendiamo ai nostri figli patetiche stronzate come essere buoni a Natale e sulla parola caritatevole di Gesù e poi ammazzeremmo di legnate chi ci ha soffiato il parcheggio o chi tifa la squadra avversaria. Sì, ho scritto patetiche stronzate e facciamocene una ragione, perché abbiamo preso la religione esattamente come il tifo calcistico del XXI secolo: un motivo per darci addosso senza tregua.
A grandi linee e più o meno tutti sono messi così.
I musulmani odiano i cattolici e mal digeriscono gli ebrei. I cattolici odiano i musulmani e sopportano gli ebrei. Gli ebrei odiano i musulmani e compatiscono i cattolici. Rimangono fuori dal campionato dei mentecatti solo “religioni minori” (non sempre).
Il tuo Dio meno del mio, del suo, dell’altro. Una vera fiera della colossale idiozia!

Tempi duri.
Io proprio non capisco. A voi che leggete i miei deliri sulla rete non viene mai in mente che forse questa è una specie di immensa Arena dove noi non siamo gli spettatori? Perché, perdio, qualche domanda ve la farete, di tanto in tanto, no?
Vi faccio riflettere su un particolare: sono anni e anni che un personaggio politico di spicco del mondo occidentale non viene fatto oggetto di attentati. E quando dico “di spicco” intendo un Presidente, un Premier, uno di quelli che contano sul serio. I cosiddetti Grandi della Terra (mi è scappata una risata, concedetemela) sono sempre lì, intoccabili. Inarrivabili. Eppure di attentati ne abbiamo di continuo, adesso anche nella nostra vetusta e rintronata Europa.
Parlo di Nuovo Ordine Mondiale? No, no, lascio l’argomento a chi è più ferrato di me in materia di presunti complotti nascosti dietro temibili cortine di fumo. Io parlo di complotto vero, quello chiaro e alla luce del sole.
Noi gente della strada ci si scanna tra noi, ci si ammazza per un nonnulla. I nostri soldati vanno a combattere guerre senza bandiere e soldati vestiti da passanti si fanno saltare in aria in mezzo alle piazze e agli aeroporti.
Caccia bombardieri sterminano nazioni intere e gli stessi mandanti sbriciolano foreste e buttano letame nei mari con la stessa freschezza con cui ci dicono: “difenderemo i nostri valori”.
Leggete un’anomalia in tutto questo o sono io che sragiono?

Tempi duri. Durissimi.
Quelle sacche di nauseante bitume che ci governano chiedono a noi di fare dei sacrifici e di stringere i denti mentre loro, lassù, se la godono a nostre spese. Ci mettono la paura dentro i vestiti intimandoci di lavorare fino a che morte non sopraggiunga perché le casse dello Stato faticano a sopportare le nostre pensioni. Le nostre pensioni, quelle per cui abbiamo versato contributi tutta una vita. E allora, dove sono finiti i soldi che lo Stato ha messo da parte per noi?
Eccolo, l’Occidente della libertà e del benessere!
E noi, coscienti (altro che ignari!) pupazzi, scimmiottiamo le proteste e gli scioperi come se ci credessimo sul serio. Questo è il vero nocciolo della questione: non ci crediamo più. Abbiamo smesso.

Completamente assuefatti dal “tanto non si può far niente” ci siamo adagiati a vivere alla giornata, esponendo il nostro futuro e quello dei nostri figli a una mera comparsata su questo pianeta, nella veste di schiavi.
Perché, ragazzi, meglio se ne prendiamo atto: siamo e rimarremo solo degli schiavi.
Non facciamo niente per rivendicare il potere che ci appartiene e non muoviamo un dito per cambiare, un giorno alla volta, un gesto alla volta, quello che siamo diventati.
I nostri vecchi ci dicevano sempre che la speranza è l’ultima a morire, ma quando la speranza la accartocci come un foglio di carta e la butti nel cesso, ti rimane poco a cui aggrapparti.
Questi sono tempi duri, così duri e ostili che fatichiamo a comprenderne la portata e, soprattutto, la nostra responsabilità.
Un tempo gli schiavi insorgevano. Si battevano. Magari morivano per questo, ma ci provavano.
In questa epoca, illuminata dalla falsa abbondanza mal distribuita e dal facile odio, non ci sono più i presupposti per insorgere.
Una parte del mondo decade e un’altra arranca. Un focolaio di insurrezione qui, una protesta là e poi fine, basta, chiuso.

Tutto sommato, a noi piace essere schiavi.
Dev’essere così.

Alla prossima.

Rolando Cimicchi.

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