mercoledì 24 febbraio 2016

COMPRENDERE E VIVERE

Sono tanti quelli che dicono che dobbiamo cercare di essere più ottimisti, più rilassati, più propositivi. Esprimono un desidero di allontanamento dal disagio che ci viene offerto giornalmente, ma io mi chiedo: ha senso? E se ne ha, che conseguenze positive dovrebbe avere?  Non riesco a vedere in questa pratica una strada per un mondo migliore, anzi, mi dà l’impressione che sia solo un volersi allontanare  per non vedere.  Siamo assuefatti dalla realtà che ci circonda a tal punto che sembra non farci effetto più niente. Invece di affrontarla, la subiamo passivamente e tendiamo a dimenticarne l’influenza costante –secondo per secondo- che ha sulle nostre vite. Quando parlo di realtà non indico il mondo intero, per quello serve una visione più ampia, ma di quella che ci tocca da vicino. La stessa che, tra un caffè al bar e la lettura di un quotidiano, ci fa arrabbiare, indignare, insorgere (dentro), ma che accantoniamo subito dopo davanti all’altare sacro del “cosa posso fare io?”.  

Le belle parole in stile new age mal si adattano a una situazione che sta stritolando l’individuo dentro un meccanismo schiavista. Mal si adattano perché non sono pratiche, non sono utili –nella loro forma teorica- a portare un reale cambiamento dentro a una società che predilige e consolida uno status quo ad ogni istante, con ogni movimento, sempre. La massa di persone e la loro individuale percezione del giusto sono ormai diventati così prevedibili che chi gestisce il Sistema non ha difficoltà a tenerli bloccati. Come ho detto tante volte, prendendomi anche una caterva di insulti, siamo ancora troppo benestanti. Stiamo bene. Ma stiamo bene nello stesso modo in cui sta bene la rana nel famoso esempio della pentola: se butti la rana in una pentola di acqua bollente, lei cercherà di saltare via (pur non riuscendoci) e morirà in pochi secondi; ma se metti la rana in una pentola di acqua fredda, da buon anfibio lei si metterà a nuotare tranquilla, senza accorgersi che il fuoco acceso sotto la pentola la lesserà lentamente. E morirà comunque.

Ciò che continua a non esserci chiaro, e che non vogliamo comprendere nella sua spaventosa essenza, è che siamo all’interno di una trappola. Tutti quanti. Il sistema economico che abbiamo accettato passivamente si sta solidificando attorno a noi (l’acqua che si scalda), ma non ne cogliamo il pericolo mortale (finire lessati).                   A differenza di altri momenti storici, ma senza andare troppo indietro nel tempo, ci siamo adagiati su un Sistema chiaramente oppressivo che però ha usato il lenitivo dell’intrattenimento per sedare le nostre reazioni. E mentre continuano a toglierci certezze, diritti, possibilità, noi scriviamo le nostre profonde indignazioni sul web (lo sto facendo anch’io, in questo momento), ma non ci muoviamo dalla nostra posizione. Non lo facciamo perché siamo terrorizzati dall’idea di perdere quel poco (o molto) che abbiamo faticosamente conquistato. Quello che è “nostro”.

Ed è il concetto di possesso, assieme all’intrattenimento, sui quali si basa la morsa psicologica che ci impedisce di reagire. Cos’abbiamo realmente di “nostro”? La casa? L’automobile? Il televisore da 40 pollici? L’orologio pregiato? Gioielli? Un conto in banca? Queste cose sono oggetti. A parte poche centinaia di persone realmente ricche (di contanti) questi oggetti li abbiamo comprati con denaro che, se non è stato guadagnato, abbiamo chiesto in prestito a una banca. Eppure, la casa ha una tassa che va pagata. La macchina ha una tassa che va pagata. Persino il televisore ha una tassa. E se le tasse non vengono pagate, se il mutuo o il prestito non viene onorato (possono succedere tante cose, come la perdita del lavoro) questi oggetti vengono portati via dallo Stato per pagare i debiti. Gli altri oggetti non soggetti a tassazione, ma preziosi, serviranno al medesimo scopo. Pagare. Quindi, realmente, cosa abbiamo di “nostro”? A parte qualche oggetto di poco valore economico, ma di valore affettivo, l’unica cosa che abbiamo e che possiamo a gran voce dichiarare “nostra” è la vita. La nostra vita. Ed è qui che entriamo in confusione. Sul concetto semplice di vita noi andiamo in corto circuito. Non capiamo.

Dal momento della nostra nascita veniamo cresciuti nella convinzione di dover imparare una serie di cose attraverso un ciclo di studi (percorso scolastico) che servirà a introdurci nel migliore dei modi nel mondo del lavoro. Non si tratta di scegliere se farlo o no, ma solo di come. Per un certo periodo avremo l’obbligo di frequenza e successivamente potremo continuare o interrompere. Il fine ultimo, comunque, non è imparare e basta, ma “imparare per lavorare”. Imparare e basta potrà essere una nostra scelta nella misura in cui saremo stati affiancati da genitori e/o insegnanti portati a farci apprezzare il semplice concetto di “sapere”. Di solito questo avviene dopo il ciclo di studi, difficilmente si presenta durante. Bene, quindi noi cresciamo, a tutti gli effetti, per diventare lavoratori. I  lavoratori sono “soggetti produttivi” e non hanno nessun’altra funzione. Il lavoro retribuito serve a mettere a nostra disposizione una certa quantità di denaro con il quale possiamo avviare la catena dei consumi che il Sistema richiede per sostenere sé stesso. Lo so, messa giù così è abbastanza brutale, ma non c’è scappatoia. È così e basta. In qualità di soggetti produttivi noi permettiamo che la macchina economica non si fermi e grazie alla retribuzione immettiamo denaro all’interno della stessa macchina, in un circolo vizioso. Certo, voi direte che è ovvio e che il sistema capitalistico funziona così. Non proprio: tutti i sistemi funzionano così. Tutti i sistemi basati sul denaro come unità di misura di ogni tipo di servizio.

In un altro scritto mi occuperò anche degli aspetti “più devianti” di questo meccanismo, per ora vorrei soffermarmi sulle parole con cui sono partito all’inizio dell’articolo. Ottimismo, rilassamento, propositività. Perché dovremmo abbracciare queste parole per vivere meglio? È vero che atteggiamenti di questo tipo ci aiuterebbero nell’affrontare la vita di tutti i giorni?       In parte, sì. Solo in parte. È chiaro che se riusciamo a vedere “il bicchiere mezzo pieno” in ogni situazione possiamo andare incontro a un “vivere migliore”, ma è anche vero che questo sarebbe soltanto un palliativo. Non cambia ciò che viviamo, non muta il Sistema in cui siamo inseriti, non risolve i problemi. Ritengo, invece, che una presa di coscienza profonda di ciò che è il meccanismo sia essenziale per poter iniziare una forma di reazione. Capire, comprendere e espellere le scorie di questo Sistema si può fare. La coercizione presente nelle nostre vite (lavoro-denaro-acquisto) è talmente radicata che anche quando ci abbandoniamo a simili pratiche di distaccamento (ottimismo, relax e propositività) rimaniamo comunque incastrati tra gli ingranaggi, con la sola differenza che “pensiamo” di poterne uscire. Di poterci distogliere. Non è così.

Ho scritto: capire, comprendere e espellere le scorie di questo Sistema si può fare. Non è una bufaletta da quattro soldi. Solo attraverso la reale comprensione di come funziona il Sistema (e l’individuazione dei suoi artefici) possiamo iniziare a uscire da un complesso meccanismo mentale che ha radici profonde, lontane. Sin dalla nascita veniamo portati a un certo tipo di “pensiero-azione”, convinti di aver bisogno di cose che invece non servono. Quello di cui abbiamo bisogno, realmente, è vivere. Vivere liberi dalle catene mentali (e fisiche) con cui siamo cresciuti.

Come esseri viventi abbiamo il diritto di vivere.
Come esseri intelligenti abbiamo il dovere di smettere di sopravvivere.  

Tutti.