martedì 29 marzo 2016

"DARE ARIA ALLA BOCCA", QUESTA DISCUTIBILE ABITUDINE

“Dare aria alla bocca”.
Questo simpatico modo di dire di solito si rivolge a quelle persone che, non solo quando parlano non dicono nulla, ma soprattutto risultano portabandiera di incongruenze epocali. Individui che parlano e parlano di concetti, piuttosto “alti” oltretutto, spesso mettendo in pratica l’esatto contrario.
Troppa gente che si spertica in lunghe tiritere riempiendosi la bocca con “tolleranza”, “armonia”, “giovialità” per poi agire in modo opposto. A che pro, mi chiedo?
Inoltre, a ciò si aggiunge una diffusa abitudine all’incoerenza vestita da “libertà di cambiare idea”. È indubbio che solo l’idiota non la cambi mai però, se questo significa andare incontro al caos e alla totale inutilità di pensiero, a che serve?

Il nostro è un mondo confuso e internet non lo ha reso certo migliore. Se da una parte potremmo pensarla come Umberto Eco, che diceva «I social media danno diritto di parola a legioni di imbecilli», è pur vero che proprio in virtù di tale diritto non si può pensare di mettere a tacere le “legioni” solo perché si è in possesso di una o più lauree. La rete, in fondo, non ha fatto altro che permettere a milioni di persone di esprimersi su piattaforme a “fruizione planetaria”, ma prima esse emettevano comunque le proprie pulsioni verbali, magari attraverso altri canali, anche se maggiormente circoscritti.
L’incoerenza di fondo che permea la mente di una vasta parte della popolazione non è aumentata con l’avvento del web, ha solo trovato un mezzo per uscire allo scoperto.
Eco aveva ragione in parte perché, a mio modesto avviso, non solo è antidemocratico pensare di tappare la bocca a chicchessia (certo, in taluni casi sarebbe auspicabile anche se assai pericoloso), ma perché forse non considerava che parte del danno arriva proprio da quelli che consideriamo degli “insospettabili”.
Tra coloro che predicano bene e razzolano male ci sono, e lo ravviso con dispiacere, accademici titolati, professori di lungo corso, divulgatori di scienze e letteratura. Persone e professionisti dalla cultura oceanica che scivolano in contraddizioni evidenti diffondendo messaggi di pace, tolleranza e amicizia per poi cadere preda dell’esatto contrario. Ovviamente sono esseri umani. Come tali, sono fallibili esattamente come chi non può vantare titoli altisonanti. Eppure, ciò non li scusa.
Se permettiamo alla figura simbolica dell’ignorante (colui che ignora, che non sa) di inciampare nei facili tranelli dell’incoerenza, altresì è difficile farlo con chi della cultura e della conoscenza ha fatto una professione. Dai “depositari del sapere” ci si aspetta grande pacatezza, moderazione, analisi e lucidità, non contradditori comportamenti dove roboanti pensieri crollano miseramente sotto i colpi di beceri gesti da bettola di periferia (con tutto il rispetto per le bettole).

Cambiare idea, anche dall’oggi al domani, non solo è permesso, ma è addirittura necessario, qualora abbia senso e l’idea poggi su fondamenta sensate. Lo può fare chiunque, giacché questo è prerogativa dell’intelligenza e non della cultura fine a sé stessa, ma se è vero che le due cose non sono per forza correlate ha senso aspettarsi maggior cautela da chi con la cultura ha cercato di “armare” maggiormente il proprio intelletto.
Ecco perché parlo di mancanza di coerenza nel panorama odierno. Se colui che deficita di informazioni ne è facile preda, ed è quindi in certa misura scusabile, ciò non è possibile con la platea multiforme dei professionisti del pensiero.
Umberto Eco con la sua frase ci delinea un paesaggio dissonante.
Lo è perché la rete ha partorito siti e pagine di social network costruite da “addetti ai lavori” che si sperticano in arzigogolate fraseologie basate su illuminate visioni di pace, di amicizia, di gioviale convivenza, ma che alla luce dei fatti rimangono solo parole. Parole vuote di praticità, non di contenuti. E così, succede che praticanti e adepti si accodino per “succhiare dal capezzolo della conoscenza e della saggezza” senza accorgersi che alcuni Maestri sono patetiche e tristi figure che non praticano ciò che professano. Non del tutto, almeno. Sono solo dei mestieranti.
Ecco, io considero questi individui pericolosi più della moltitudine di ignoranti (sempre nell’accezione del non sapere).
Proprio perché essi sono avviluppati da una “aura di autorevolezza” rischiano di portare scompiglio e confusione nelle menti di chi pende dalle loro labbra per seguire una via. In più, dal momento che le persone tendono a innalzare su piedistalli dorati coloro che manifestano pensieri figli di conoscenze enciclopediche, si può ben immaginare quale danno ne possa derivare: un esercito di “convinti” che non colgono l’errore del Maestro quando sbatte sul muro della logica ma che, anzi, ne traggono maggiore insegnamento. Questo perché detto Maestro mai più si fa carico dell’errore, ma distorce l’accaduto vestendolo come prova di qualche intricato pensiero filosofico noto solo a lui (e palesemente sciocco, agli occhi dello scettico).

Ma allora, i pensatori e gli scienziati, i filosofi e i letterati sono tutti un manipolo di farfalloni e imbonitori? Assolutamente no, e meno male. Se così fosse non ci sarebbe speranza.
È assai fastidioso, in più, notare quanto sia ampia la mancanza di una qualità fondamentale in alcuni di questi presunti Maestri. Una qualità che da sola potrebbe liberare il campo dalle scadenti cadute di stile: l’umiltà.
Non ci si deve immaginare il Professore o l’Accademico come una figura in giacca, panciotto e cravatta che guarda dall’alto in basso la plebe non-titolata. Egli il più delle volte è una figura normale, quasi bonaria in molti casi, ed è questo che scatena poi gli assetati di sapere e i digiuni da conoscenza: il vestito da falso umile trae in inganno e fa proseliti meglio di qualsiasi altra strategia. Ti parla con il miele nella voce, ti carezza con il velluto di una sapienza che sembra arrivare direttamente dagli Antichi Pensatori di cui fa sfoggio senza freni.
Ahimè, è proprio quando in gioco entrano gli scettici e i genuini liberi pensatori (pur senza titoli) che il giochino viene meno e le figure “autorevoli” iniziano a sgretolarsi. Perché coloro che non cadono nel condizionamento, ma continuano a far domande e a esigere coerenza, sono disturbatori che innescano l’arroganza e la supponenza dei presunti Maestri. Ciò, ovviamente, non solo è grottesco, ma anche una vera sciagura, perché mette a nudo la reale personalità di questi soggetti che hanno completamente dimenticato (o volutamente accantonato) che il nostro cammino sia composto da un continuo imparare.

Concludendo:
non mi piacciono e non approvo la sequenza infinita di stupidaggini che emergono dalla rete, in tutte le forme e su ogni argomento. Ritengo che la documentazione e la ricerca, prima di sparare sentenze e verità, siano non solo necessarie, ma anche doverose. Ma è pur vero che siamo inseriti in un sistema che fagocita tutto e oramai la tendenza è questa; fino a quando qualcosa non metterà un po’ di ordine continueremo a sorbirci il tutto e il suo contrario. Se, però, comprendo che questo abbia senso per le persone “normali”, è desolante e avvilente che ciò si manifesti in quelli che dovrebbero essere, grazie a una cultura superiore, dei baluardi di coerenza e integrità.
Ecco perché, secondo me, ha senso poter scusare colui che “dà aria alla bocca” e si contraddice a ogni folata di vento, ma all’evidenza dei fatti non ha reali strumenti per sostenere posizioni e concetti. Certo, è fastidioso come il prurito, ma è poco probabile che possa arrivare a fare troppi danni. Di contro, quei presunti e spocchiosi Maestri che predicano verità assolute e altissimi concetti senza praticarli (con una pericolosa tendenza al giudizio sommario, tra l’altro) dovrebbero immergersi nell’umiltà e nella rassegnazione che non solo non si smette mai di imparare, ma che spesso è meglio farsi da parte, in silenzio.

“Un bel tacer mai scritto fu” per dirla con le parole di Iacopo Badoer.

Postilla: quando parlo di ignoranza vorrei fosse chiaro che questa parola appartiene a tutti noi. Tutti siamo ignoranti nella misura in cui non siamo a conoscenza di qualcosa. Quindi, per semplificare, ognuno di noi possiede un suo grado di ignoranza. Palesemente, è possibile che un muratore o un salumiere abbiano un bacino di ignoranza diverso (o probabilmente più ampio, ma non è detto) da chi ha conseguito una o più lauree in questo o quello. Ciò, naturalmente, non ne fa persone peggiori, anzi.

Alla prossima.